martedì 16 giugno 2015

INTERMEZZO: L'IDENTITÀ DI UNA TELA

Ho conosciuto una Penelope moderna. 

Anche lei tesse una tela ma, a differenza tua, inserisce nella trama del suo telaio una serie di filati composti non solo di fibra ma anche di natura, parole, carta e tanto silenzio. Lavora sola, in una bottega nel centro della mia città, accompagnata dalla sua passione artistica e dall'incessante battito del suo telaio. Entrando nel suo angolo di mondo ho messo piede anche nel tuo Penelope, sono entrata in contatto con il telaio, un oggetto antico quanto misterioso e colmo di un fascino senza tempo davanti al quale ho provato vero incanto.

La tua figura ritorna, Penelope, in modo prepotente, accanto a quella di altre donne che fecero della tela la loro ragione di vita. Il tuo nome è di dubbia etimologia ma non ha importanza; ora so bene chi sei e cosa rappresenti per me. Il tuo lavorio silenzioso e misterioso ha accompagnato le mie battaglie fatte di vittorie e sconfitte, la tua calma paziente ha osteggiato il mio impeto rivoluzionario e spesso i fili che tu hai riannodato e poi sciolto hanno regalato alla sottoscritta momenti di pura libertà. Sei una donna che resta accanto nel suo silenzio laborioso. Mai come oggi riconosco il valore del “fare”, dell’occupare le mani o l’intero corpo e non solo la mente. Il fare è sinonimo di costruire sottintendendo un impegno attivo e concreto. Ecco tu mi hai insegnato questo, Penelope, a non accontentarmi dei miei voli pindarici ma ad ancorare i sogni alla realtà fatta di tutto, comprese quelle contingenze talvolta così fastidiose. Senza il disfacimento dei nodi la creazione del nuovo non potrebbe avvenire così come senza le trame ben sistemate l’ordito non può assumere la sua perfetta forma.

Torni e ritorni Penelope nei miei incontri e per le strade del mio girovagare artistico.

Il tuo nome è donna e la tua presenza, desiderata ed odiata, è costanza, certezza, riparo. Da te ho imparato l’arte della costruzione e della decostruzione, con te ho esercitato la mia vocazione alla libertà e per te ora preparo la mia tela fatta dei colori di un’anima che oggi possiede un'identità.

Mi hanno rubato alcuni oggetti nei giorni scorsi che credevo simboli necessari alla sopravvivenza del mio essere. La loro perdita mi ha fatto traballare, in preda alla fragilità, ma poi ho capito che l’identità, se ben radicata, è un fiore che sboccia dentro a dispetto di qualsiasi intemperia e resta vivido e integro anche sotto la neve o in mezzo alle fiamme. Il mio fiore è vivo e colmo di colori più che mai e tu hai contribuito a tenerlo in vita in questi anni. Di te si dice che non hai avuto identità se non quella del tuo Ulisse mentre io sostengo che la tua pazienza ha generato una energia forte e gioiosa che ha pervaso il tuo mondo e anche me nonostante tutte le perdite verificatesi lungo il cammino.

La tela che si crea e poi si disfa è l’immagine dell’anima di ognuno di noi che con fatica cerca di essere fedele alla sua natura senza cedere ai compromessi imposti dall'esterno. Quei fili annodati e poi sciolti cosa sono se non le esperienze di noi umani che quotidianamente ci imponiamo nel tempo di veglia? Una serie di regole e modalità di comportamento sempre e inevitabilmente riletti e capovolti da quel saggio maestro di vita che è l’inconscio. Lui è lì vigile, si palesa nei nostri sogni o nei nostri viaggi ad occhi aperti e ci mette in contatto con la nostra nudità e verità. E allora sì che la tela chiede di essere sciolta e poi ricreata dolce Penelope di sempre. Essa chiede di essere rimodellata sugli impulsi di un’immagine o di un volto che si affacciano nel momento più inatteso lanciandoci messaggi inequivocabili. Nessuna tela può rimanere intatta o invariata troppo a lungo senza rischiare d’incancrenirsi e sbiadire: essa si modifica giorno dopo giorno, risveglio dopo risveglio. Tu l’avevi compreso per prima. Tutti noi ti abbiamo tacciata di lentezza, inganno e stratagemma ma tu Penelope, nel silenzio di quelle notti, svelavi a te e al mondo i segreti incantati di quella parte sotterranea che aleggia in ognuno di noi.

Sei veste e nudità, alba e tramonto, luce ed ombra, intreccio e scioglimento.

Il filo che conduce la trama di una vita è colmo di intrecci che intessiamo in modo più o meno consapevole e di cui siamo responsabili sino al momento in cui decidiamo di reciderli o riannodarli ad altri. Tagliare è l’operazione più difficile e complessa, richiede sforzo, presenza a se stessi e moltissima forza. Tagliare è un’arte che non possiedo ancora ma che inizio a ritenere necessaria soprattutto in presenza di nodi che non si sciolgono. Se non li si guarda prendendone le distanze non si ha modo di comprendere l’ostinazione dura di quegli avvitamenti che creano matasse inutili. Sbarazzarsi di un filo, prezioso o meno, è dunque un atto di viltà o semplice pura sopravvivenza?

Non ho ancora risposte certe ma so che giungeranno a me in una notte inaspettata.

Sei la mia immagine più fedele e la mia musa quieta e raccolta alla quale posso accedere nei momenti felici e in quelli di sconforto. Mi siedo accanto a te lasciando fuori tutto il resto e mi dedico con amore laborioso al mio progetto che altro non è se non la confezione della tela.

Il mio lavoro sarà bello e valorizzato dalla vicinanza di quelli altrui: un intreccio di intrecci unici e a se stanti che formeranno naturalmente un tappeto vitale su cui correre e, allo stesso tempo, poter riposare.


Grazie amica fedele.


domenica 7 giugno 2015

ANNA: LA RIPARAZIONE DI UN DOLORE

Domenica sera.

Vengo invitata alla festa del sessantesimo compleanno di una donna straordinaria per intelligenza, cuore e apertura spirituale ed emotiva. Come spesso accade, anche se non sempre, le belle persone ne attirano a sé altre ugualmente belle e così mi ritrovo seduta al tavolo con una delle sue più care amiche, Anna.

Anna ha una decina d’anni in più di me, una figlia di 26 anni e un ex marito che, quando la figlia era molto piccola, ha deciso di andarsene di casa. Ma nonostante ciò, lei ride.

Anna ora gestisce, in mezzo a mille difficoltà, un’attività commerciale assieme alla figlia per darle un appoggio e assicurarle un futuro fatto di qualche concretezza. Sgobbano insieme da mattino a sera dietro al bancone di un bar. Per poter stare accanto alla figlia, Anna si allontana dalla sua adorata casa in bassa montagna e si trasferisce in città barcamenandosi tra l’alloggio di lei e quello di un ex fidanzato molto generoso e ancora amico.

Anna ha la luce dentro. La percepisco da subito e il confronto diretto con lei non fa altro che dare corpo a quella che inizialmente è stata solo una sensazione. Ci sono persone al mondo che sembrano conservare dentro un posto tutto loro che viene riempito costantemente di energia positiva pronta per essere poi generosamente dispensata. E’ una donna forte questa Anna e tale forza passa attraverso la piena responsabilità di se stessa e della propria  vita. Ogni elemento del suo vivere poggia sulle sue spalle. E basta.

Anche lei, come sua figlia, è stata vittima dell’abbandono da parte di un padre. Uno di quegli uomini che ad un certo punto smettono di esserci, si voltano dall'altra parte e prendono il largo. Uomini che “chi li vede più” e ferite che restano, ineffabili, sulla pelle di coloro che restano.

Una madre e una figlia che languono dello stesso dolore. Si tengono per mano e, nonostante tutto, ridono cercando insieme una strada per spezzare questa catena maledetta. Hanno in programma un week end formativo per cercare di andare all'origine di quel dolore profondo che le accomuna e, di nuovo insieme, tenteranno di trovare le forbici per tagliare quel filo che le lega incessantemente ad esso.

Quel dolore è un trauma e certe fratture possono provocarne altre ancora più profonde se non si trova la forza d’interrompere la maledizione. La catena va spezzata e in fretta.

Nel frattempo infatti, quel male inizia a fare danni più evidenti e meno contenibili nelle sole lacrime. Tre anni fa, Anna si ammala di cancro. Un cancro al seno. Il male di molte donne. Anche quello di mia madre.

Anna mi racconta della sua operazione che l’ha devastata come donna e le ha sensibilmente ristretto l’utilizzo del braccio destro. La sua splendida autoironia le permette di scherzare sul suo essere una donna “monotetta” ma quando si tocca la sfera della ridotta mobilità del suo braccio, Anna si arrabbia. Moltissimo.

La malattia, dice lei, ti costringe a guardarti dentro, a cercare l’origine della frattura, unico punto di partenza e risalita verso la guarigione. Se non ripari l’anima dalle viscere per poi risalire in superficie, il male sarà sempre lì ad assalirti e a ricordarti che non hai ancora concluso il tuo compito. Non ti lascerà in pace. C’è un motivo se siamo qui su questa terra e nessuno arriva a comprenderlo senza passare attraverso la “riparazione” del proprio dolore.

Anna non è una donna statica. Non sta ferma, non è in balia di chi le dice che esiste un solo modo per curarsi:la medicina tradizionale, i protocolli fatti di chemioterapia, radio e tamoxifene non fanno per lei. Studia, legge, interpella medici tradizionali ed olistici, frequenta corsi di autoipnosi e meditazione ma soprattutto si informa con pazienza e determinazione. Incontra medici ostinati che la minacciano di recidiva certa se non peggio ma lei, prendendo tutta se stessa sulle sue stesse spalle, dice No grazie!

Faccio a modo mio, curo la mia anima, riparo il mio dolore e il mio tumore guarirà con me.

Anna è una donna di coraggio. Lo è perché le cose che lei dice  e poi mette in pratica fanno paura a lei per prima. Coraggio e paura vanno di pari passo, sempre.

La sua intelligenza la conduce verso i lidi di una alimentazione più sana e una costante attività fisica che l’hanno resa invidiabilmente più bella, energica e vigorosa. La sua pelle è luminosa, depurata, pulita così come il sorriso. Ha i suoi segreti mattutini che non svelerò certo qui, grazie ai quali, anche le sue analisi del sangue sono sensibilmente migliorate ma soprattutto da tre anni il terribile mostro non ha più messo piede nei risultati dei suoi esami di controllo.

Anna è diventata, come dice lei, il medico di se stessa. Io dico che ci vuole sempre un gran coraggio nel muoversi scardinando l’ordine prefissato delle cose. Quando si tratta di malattia, la nostra, il tasso di coraggio viene centuplicato perché si ha molta più paura. Paura di morire.

Anna, come il nome che ho scelto per raccontare di lei, è il simbolo di un mondo femminile minoritario, un microcosmo che pulsa sotto i sorrisi e gli smalti ai colori della moda in cui molte di noi si compiacciono e riconoscono.

Anna è il simbolo di chi procede guardando dritto in faccia la verità, senza farsi sconti sull'avvenire e mettendo in gioco una posta molto alta. E’ la rappresentazione di un femminile intelligente e forte che si fa interamente carico della propria esistenza e lo fa a prescindere dalla presenza o meno di un uomo accanto. La vera natura di ognuno di noi ci vuole soli a questo mondo e capaci di restare in noi seppur circondati di amore immenso.

Anna, in tutto questo, non ha un uomo accanto a sé ma anche di questo sa ridere con scanzonata autoironia. 

Non so quale possa essere l’origine profonda del suo male interiore ma so di certo che lei è arrivata al punto centrale di quel dolore con ostinata ed instancabile determinazione voglia di autenticità. La sola che oggi le permette di aver fede in se stessa e nella sua difficile scelta che porta avanti contro tutto e tutti. Il suo sguardo è quello di una donna libera ed integra: non vive di bisogni che sono il fulcro di ogni fallimento.

Chi sa scegliere fa paura. 

Chi sovverte gli ordini precostituiti siano essi famigliari, sociali o di altro genere, crea scompiglio e smuove le coscienze di tutti anche di coloro che vorrebbero che il fiume non entrasse mai in piena. E le coscienze smosse, tutte insieme, sono in grado di creare energia vitale.

Torno a scrivere, Penelope, dopo giorni di imposto silenzio perché sono stata derubata, in casa mia, di molti oggetti di valore tra cui il mio strumento preferito di scrittura, il mio personal computer. 

Questo silenzio, seppur indotto, mi ha fatto del bene, ha ripulito il flusso delle idee e delle emozioni.

La storia di Anna mi è parsa il modo migliore per tornare da te, dea del mare e dei miei sogni di donna.

La storia di Anna parla di te, di me e molte altre. Ma non di tutte.




martedì 5 maggio 2015

DALLO SPLEEN AL DESIDERIO


Penelope, 
credi anche tu che i sentimenti malinconici ispirino maggiormente la creatività rispetto a quelli di gioia e serenità?

Mi ritrovo a pensare, uniformandomi alla credenza comune, che un bravo scrittore o pittore possano dare il meglio di loro stessi  se ispirati da emozioni uggiose e tristi.

Avvolta in tali pensieri, il ricordo antico dello spleen di Baudelaire,argomento analizzato fino alla nausea dalla prof. del liceo, s’impossessa di me e sorrido al pensiero che oggi, quasi trent'anni dopo, quel concetto si sia ormai così ben incasellato nella mia esistenza di donna adulta. Durante gli anni del liceo una concezione cosi altamente decadente, volta ad esprimere il disagio esistenziale in tutte le sue forme, era ben lontana dal mio sentire seppur  intimamente connaturata  alla condizione di quegli  anni conclusivi del periodo adolescenziale. 

Nelle parole gravose di certe poesie ricordo la sensazione di chiusura, angoscia e rifiuto dal mondo: non ho mai scordato la spiegazione in classe di quella poesia, L’Albatros, in cui “i re dell’azzurro” catturati dai marinai durante le loro scorribande, si trasformano, in pochi istanti, in esseri brutti, ridicoli e goffamente appesantiti nelle mani dei loro aguzzini. Un secondo netto per passare alle stelle alle stalle. Un “principe delle nuvole” incastrato nelle sue stesse ali che non riesce più a librarsi in cielo e soccombe inerme incarnando la tristezza di chi, stremato, dice “Basta!”

In questa immagine, come in quella dell’anima del poeta descritta come una “tomba” in Le mauvais moine, ci rivedo quella di tanti uomini e donne di oggi che, per qualche motivo, sono stati fagocitati dalla vita e dal dolore che inevitabilmente essa comporta senza più riuscire a svincolarsene. In molti hanno deciso di fermarsi, dire basta e credere che la felicità non sia più un qualcosa di concretamente raggiungibile e fruibile. Il loro assunto sottinteso sembra essere “ meglio non aspettarsi nulla di buono perché tanto nulla di quanto accadrà potrà essere davvero buono  poi, se mai dovesse capitare una cosa bella nella vita, è meglio non viverla affatto perché tanto poi finirà inevitabilmente per tramutarsi in sofferenza”. Una sorta di mantra.

Oggi ho imparato a rispettare ogni idea anche se profondamente distante dalla mia: sono ampiamente in grado, anche di fronte a certe aprioristiche affermazioni, di fare un passo indietro ed avere riguardo. Mi siedo, accolgo, non comprendo ma indietreggio silenziosamente perché il confine tra il manifestare poderosamente il proprio pensiero, disappunto o incomprensione e la mancanza di rispetto per la libertà dell’altro è davvero troppo labile e non intendo valicarlo.

La libertà di azione e di pensiero è imprescindibile.

Mi siedo, Penelope, e prendo coscienza che il diverso da me è un mondo a se stante, rispettabile e perfettamente logico pur nella sua indecifrabile lontananza. 

Ciclicamente la vita riserva meravigliose sorprese che sbocciano sul cemento ma non sempre sono compatibili con i nostri modi “astratti” di intendere la vita. C’è chi si fa catturare come quel volatile magistralmente descritto da Baudelaire o chi quelle ali non smette di sbatterle nemmeno quando sono imbrattate di argilla.

Infondo  è sempre e solo una questione di scelte non fosse che, in certi frangenti, le scelte sono non scelte poiché dettate da false credenze che irrigidiscono e non lasciano liberi.

Non mi azzardo a ragionare sulla libertà per non risultare ridicola ma mi concedo il lusso di fare un breve excursus sul concetto di desiderio che ha popolato i miei sogni delle ultime notti. Il sipario del mio inconscio si è aperto sull'immagine di una pochette, una borsetta, da matrimonio di quelle nere, rigide, eleganti e austere al cui interno compare una rosa rossa, simbolo di desiderio, passione, amore. 

Ecco, mi piace pensare che tutti noi, uomini e donne, siamo provvisti di eleganti e rigidi involucri che ci portiamo appresso nelle nostre giornate colme di lavoro, impegni, incombenze e responsabilità; altro non sono che le nostre facce e figure, più o meno belle, affascinanti o interessanti. Ma dentro a questi sguardi e a queste maschere c’è davvero la rosa rossa? C’è per tutti?

Io credo di si Penelope.

La definizione stessa di Desiderio  dice che si tratta di "uno stato di affezione dell'io consistente in un impulso volitivo diretto ad un oggetto esterno, di cui si desidera la contemplazione oppure, più facilmente il possesso".

L’affezione è un sentimento forte, un affetto, una sorta di passione, una spinta vagamente violenta, che ci conduce a possedere ed appropriarci di ciò che ci fa star bene. Punto. Senza se se senza ma. Se diamo ali al desiderio non possiamo stare fermi  in noi stessi: desiderare ci porta fuori da noi, verso l’altro da noi. Se non ci muoviamo da dove siamo significa che non siamo connessi con quella parte vitale.

Fuoriuscire dai nostri confini è pericoloso ma anche maledettamente reale, cara amica mia. Ulisse l’ha capito prima di chiunque altro, prima di te e di me. Ha sentito un irrefrenabile istinto alla fuga, alla ricerca di sé,  del mondo ed è andato via da tutto e tutti,  anche da te. Nonostante te.

L’amore per se stesso è stato più potente di ogni cosa e oggi, ma solo oggi, io depongo le armi e smetto di condannarlo per questo.

Ti perdono Ulisse, senza presunzione alcuna. Semplicemente, oggi ti comprendo. Ho gli strumenti per potermelo concedere.

La rosa rossa, il nostro desiderio, non è un optional a pagamento bensì un accessorio di cui tutti siamo dotati: è l’anima intrinseca del nostro essere che abita sotto i nostri begli involucri fatti di tutto e di niente. Quella rosa vive, sboccia e profuma  solo se ci occupiamo di lei e la esponiamo alla luce anche rischiando che appassisca. Si rischia in questa operazione di cura verso se stessi e tu hai rischiato di perdere ogni cosa.

Abbracciami ora.



giovedì 23 aprile 2015

CINQUE GIORNI DI...

Penelope,
una domenica piacevolmente leggera, all'aria aperta, condita da buon cibo e ottima compagnia.

Ore gradevoli che scivolano via tra una chiacchiera di conoscenza e una di benvenuto: una di quelle delizie che resteranno nei ricordi scattati di una Reflex sapiente e curiosa.

Espressioni che indugeranno nel tempo, sorrisi raccontati, gesti svelati, baci rubati da un obiettivo silenzioso e affamato di attimi eterni. La bellezza di certi incontri risiede nelle menti e nei cuori di chi li abita ed io , amica silenziosa e ingombrante, ne vivo molti  in questi anni di nuova realtà.

Mi considero una persona fortunata.

 Amo i confronti interessanti  ai quali non rinuncio per curiosità, fame e sete di scambio, conoscenza e rilascio di energia vitale. Gli incontri non accadono ma siamo noi a desiderarli,  attirarli e condurli verso la nostra umanità: le persone entrano nella nostra vita quando essa richiede una sfida  o uno stimolo che solo loro possono regalarci. In quel dato momento.

E’ con queste modalità che l’esistenza assume un valore di dono e scoperta continua.

Gli incontri, così come l’accadimento di certi  avvenimenti, la semplice lettura di alcuni libri o il ricorrere di determinate parole si trasformano in quella esclusiva via costellata di luce che diventa, sempre più, la nostra.

Un lunedì fatto di nuove sfide. Spiragli di un futuro in divenire.
Una di quelle giornate dalla parola ricorrente. Mi sveglio la mattina e la sento pronunciare alla radio, la ritrovo poi all'interno di una conversazione ascoltata casualmente, la leggo scritta su un muro e mia figlia la sceglie come titolo per un disegno che  lascia sul cuscino prima di andare a dormire.

Il cuore: oggi è il lunedì del cuore.

L’organo vitale per eccellenza,  simbolo dell’amore romantico, situato al centro del corpo e sede strategica delle più affascinanti implicazioni filosofiche, magiche, affettive ed animistiche di ogni tempo. Al cuor  non si comanda, il cuore è di tenebra o di pietra, il cuore è rosso o trafitto, il cuore batte, si ferma o si spezza e ancora il cuore si apre e si tocca. Una parola dalle mille declinazioni, usata e abusata eppure sempre così potente e "rivestibile" di continue originali accezioni.

Alcuni gesti, se fatti di cuore, diventano carezze calde che creano legami: in un film rivisto con piacere qualche sera fa’, un Robert Redford giovane e bellissimo esponente della upper class  lega i lacci delle scarpe ad una barbara Streisand ebrea, accapigliata e bruttina facendola letteralmente capitolare. Senza scomodare il cinema, penso ad una musica infilata nelle orecchie davanti ad un panorama mozzafiato, ad un regalo inaspettato trovato nel posto più improbabile dell’universo o ancora ad un bacio che se avesse tardato anche di un solo istante avrebbe scritto una storia diversa.

Il cuore è l’organo che fa la differenza, il substrato necessario ad ogni scatto di vita, la voce che guida ogni azione, la coscienza che ci permette di aderire alle nostre viscere. Ai “senza cuore” manca quell'essenza che trasforma lo sguardo e scalda la voce in un abbraccio inimitabile.

Un martedì fatto di arte, quella di un “manipolatore di identità”.
Condivido una serata artistica con i miei figli che mi accompagnano curiosi, seppur preventivamente annoiati, ad un opening nella galleria di un’amica.

Ci troviamo di fronte a una miriade di piccole stampe degli inizi del secolo, riviste e stravolte dal tocco dell’artista che rivoluziona, sfregia, copre e ritocca i volti, le espressioni e i corpi di ieratici personaggi. Uomini, donne e bambini alterati e violati, regalano ai nostri occhi identità nuove e bestiali ma, come dice il comunicato stampa “presenti a se stessi”. Come se quelle pose impostate e rigide no potessero davvero rappresentare l’essenza della persona ma fossero  un mero involucro esterno. L’artista, in modo decisamente invasivo e rivoluzionario, estrae in modo maieutico la vera essenza di quelle dame ritratte in pose fisse e all'apparenza inflessibili. Lui osa là dove nessuno ha l’ardire di  spingersi e svela le loro ossessioni più segrete. Il lato oscuro.

Martedì, davanti a queste stampe, entro in contatto con il mio personale desiderio di rivoluzione e cambiamento senza provare alcuna inquietudine. Finalmente.

Mercoledì è la giornata del ricordo. Tre anni fa perdo la donna della mia vita: mia nonna. Mi dono silenzio e mi riempio di commozione davanti all'immagine del suo sorriso.

In questo giorno,  i miei figli mi fanno un regalo “di cuore”, un dono bellissimo ma difficile da spiegare a te Penelope, abitante di un mondo così lontano dal mio.

Si tratta di un congegno elettronico che contiene nella sua memoria centinaia e centinaia di libri:  posso scegliere quelli che desidero e farli apparire, con un semplice batter di tasti,  su uno schermo leggero e di piccole dimensioni  portabile ovunque. In questo modo ho la possibilità di leggere ciò che preferisco, in ogni dove e in ogni istante.

Inizialmente, trattandosi di una novità mediatica relativa alla cultura e alla comunicazione , l’avevo scartata anche solo come possibilità raccontando a me stessa  che io “mai avrei rinunciato al contatto tattile e olfattivo con la carta stampata”. Io , che sogno di fare la scrittrice un giorno, non mi sarei MAI piegata alle logiche del mercato che tendono a semplificare ogni ambito della nostra vita con un click e che, inevitabilmente, danneggiano il mondo dell’editoria inteso in modo canonico.

E invece, amica mia, davanti a questo dono ho ceduto con una gioia ed un entusiasmo inaspettati. Nonostante il mio motivato pregiudizio, mi sono trovata a mio agio in questa memoria infinita che ingloba  e cataloga parole, sapere, storie e vite. Mi sono sentita a casa e mi ci sono accomodata.

Ho impiegato una sera intera per studiare il mio nuovo strumento di conoscenza e poi ho acquistato il mio primo libro. Con il solito click!

L’arte della vita del grande Z. Bauman è il titolo di un testo meraviglioso il cui  principale e irrinunciabile assunto è che, per comprendere che  la nostra vita è una vera opera d’arte dobbiamo puntare alto e tentare l’impossibile. Sempre.

Arte, libri, cuore, dono, rivoluzione, vita ricordi: le parole di questi quattro giorni hanno un senso.

Z. Bauman è il noto inventore dell’espressione società o modernità “liquida”, aggettivo con cui identifica un modo di vivere tipico del mio tempo e davvero molto  distante dal tuo, Penelope, almeno da come io lo immagino. Liquidità si contrappone a concretezza e solidità. Pensa,  un mondo in cui più nulla è certo: i ruoli sociali, il lavoro, i legami affettivi, la ricchezza e prova ad immaginare quanto sia ovvio, in una realtà del genere, scadere nella banalità di una vita “ a basso costo e ancor più scarso impegno”.

Ecco, Bauman, dice no!

Nonostante il senso di precarietà, soprattutto nelle relazioni, provochi una certa destabilizzazione e insicurezza, lui sostiene una verità a cui nessuno dovrebbe rinunciare che è quella del puntare in alto e tentare l’impossibile sempre. Infondo,dice lui, la vera felicità sta proprio nella costante ricerca di quest’ultima: è proprio la sua natura fuggevole a renderla così appetibile.

Il concetto di ricerca costante, benché la lettura sia ancora da terminare, mi riconduce ad oggi. A giovedì.

Giovedì è la giornata della perdita di equilibrio: il medico mi ha diagnosticato il ritorno di un disturbo legato agli otoliti, gli organi che determinano l’equilibrio. Ecco, i miei sono andati nuovamente  fuori sede e vagano da qualche parte nei miei condotti uditivi. A parte un lieve e fastidioso disagio fisico, amica mia, vivo questa perdita di equilibrio come un presagio benaugurale in una fase di acuta e determinata ricerca di realizzazione di alcuni fondamentali aspetti della mia esistenza.

Solo chi cammina e procede rischia di cadere ed inciampare sui propri passi, magari farsi male per poi alzarsi nuovamente. Amo la ricerca costante e chi ha il coraggio di alzare l’asticella della propria soddisfazione sempre più in alto come l’artista di martedì che mi confessa “Questo lavoro è partito da un momento di profonda rabbia verso chi mi voleva imbrigliare in un ruolo artistico che non era il mio!”

In un cammino del genere è quasi scontato cadere dal piano dell’ordinario verso l’incertezza, dalla sicurezza verso i lidi dell’inconnu e il disequilibrio è quel momento magico e insostituibile in cui sentiamo eccitazione e insieme spavento per tutto ciò che potrebbe essere ma che ancora non è.

Penelope,
cinque giorni di arte, libri, cuore, dono, rivoluzione, vita, figli, ricordi: il disequilibrio creerà la melodia del vero cambiamento. 




mercoledì 1 aprile 2015

CADDE LA PIOGGIA E STRARIPARONO I FIUMI....

Sono stata in silenzio, cara Penelope, ad ascoltare il mare: mi ha parlato della vita e della sua burrascosa incostanza.

Tutto, dentro e fuori di noi, è in perenne  movimento e saper vivere è riuscire a seguire fluidamente il corso delle cose senza farsi stravolgere o sopraffare. Esse cambiano continuamente, si trasformano  modificandoci nel profondo. Ci sono giorni o istanti a partire dai quali noi cambiamo, nulla è più come prima ed è così che  veniamo colti da una smania irrefrenabile di manifestare, anche all'esterno, la rivoluzione che segna il nostro mondo interno. Non hai mai desiderato trasformare tua immagine per urlare al mondo “sono diversa, da oggi sono un’altra!” Un taglio corto e sbarazzino, un colore azzardato di  capelli o semplicemente un abito shock, uno di quei pezzi che verrebbero commentati con espressioni del tipo “Non è proprio da lei!”

E invece si. Che ne sapete voi della mia intrepida natura?

Le tue vesti bianche e color del cielo, donna Penelope,  andrebbero adattate al tempo della consapevolezza in questo continuo divenire che è la vita. Un giorno il sole splende e quello seguente il mare ti travolge in tempesta costringendoti all'adattamento, la cosiddetta resilienza. 

Ogni giorno il vento ci recapita suggerimenti, intuizioni, desideri che, se solo avessimo il coraggio di ascoltare e seguire, ci condurrebbero proprio là dove vorremmo essere. E nonostante ciò, siamo ancora in tanti, troppi, ad ignorare i segnali senza arrivare mai al  centro: al tuo tempo ci avrebbero chiamato stolti! Al mio esistono altri epiteti meno cordiali ma dall'equivalente significato.

Inconcludenti, stupidi o arroganti sprechiamo tempo, energie e pensieri dietro al nostro falso e illusorio ego  fatto di parole, parole, parole sprecate per descriverci o, ancor peggio, per  assolverci. L’ego è il nostro apparente punto di partenza e di  attracco ma privo di sostanza in quanto costruito su false credenze e non su una forza o una fede reale in noi stessi. Non riesco a non pensare a Matteo e al versetto biblico di cui ricordo sempre  Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia(Matteo 7, 24-25)

La qualità di quella roccia fa differenza, amica mia. Una grande differenza.

La tua certezza, Penelope, era Ulisse e vostro amore costruito negli anni. Qualcosa che non stava in te ma fuori da te. Anche la mia certezza, al pari della tua, era riposta in qualcosa che non albergava qui dentro.

Abbiamo tutti paura di abbandonare le nostre certezze ma nulla è certo, nulla è sicuro e soprattutto nessuno è tenuto a regalarci una tale vana speranza. Ciò che viviamo come una sicurezza unicamente mentale e razionale oppure sentimentale ci scompensa in quanto ingannevole e non autentica. Ricordo un antico senso di precarietà e instabilità proprio durante gli anni della mia vita in cui credevo di possedere tutto ciò che avevo sempre ardentemente  desiderato. 

Avevo tutto tranne me stessa.

Chi è in vero equilibrio, invece, possiede innanzitutto se stesso. Tutto il resto è un supplemento.

La profonda conoscenza di sé crea  la  forza e genera amore sincero, unico artefice del vero equilibrio. In tal caso, le fondamenta poggiano sulla roccia e non più sulla sabbia instabile e ambigua. Chi è saldo ha lo sguardo bello e sereno, non conosce la paura e il suo respiro è calmo e sicuro. In lui o lei, la mente, il cuore, la pancia e lo spirito si trovano allineati e concordi sulla direzione da seguire. Un vero e proprio stato di grazia determinato da una combinazione rara, vagamente magica, ma tutt'altro che irraggiungibile.

Penelope, un tale  equilibrio lo si conquista solo dopo aver abbandonato del tutto le proprie sicurezze  non necessariamente a causa dell’imponderabile ma soprattutto in seguito  all'azione che più di ogni altra fa sentire vivi e protagonisti della propria esistenza: la scelta.

Si sceglie ogni giorno, donna del mare, di restare o di andare, rischiare o rinunciare,  piangere o ridere, amare davvero fingere di farlo accontentandosi.  L’importante è possedere la consapevolezza che ogni scelta implicherà inevitabilmente una perdita e un arricchimento. Amo coloro che scelgono con coraggio di rinunciare alle proprie certezze propendendo per ciò che in apparenza è sbagliato, azzardato, irragionevole, imprudente ma dannatamente vero per la loro anima. Chi ha coraggio ne guadagna in saggezza e chi è saggio si libera dalle paure. 

Osho, il mistico contemporaneo amante per eccellenza della consapevolezza in tutte le sue forme ,  parlava della vita come di un “fenomeno insicuro”, ignoto e talmente sconosciuto da trasformarti in une vero e proprio “vagabondo” senza una dimora sicura in cui sostare, un letto in cui dormire la sera o cibo certo per sfamarti ma che procede senza paura e con fede in ciò che sarà.

Vagabonda del mare e del vento dovrai essere pronta ad entrare nell'oscurità dell’ignoto dove non esiste comodità e certezza ma solo rischio, pericolo e cielo aperto. Nessuna prigione Penelope ti renda schiava o vecchia prima del tempo: spalanca le braccia a ciò che non conosci  e corri incontro a ciò che dimora fuori da te, oltre i tuoi schemi  e le tue rive. Molto di quanto ti accadrà da quel momento in poi, sarà incomprensibile e inafferrabile innanzitutto a te stessa ma sarà il tuo modo per vivere a pieno. Chi si aggrappa e non crede nella potenza delle proprie ali interpreta solamente il ruolo di chi vive ma in realtà muore dentro giorno dopo giorno. Gli specchi riflettono un’immagine ma tu sei fatta di carne e sangue; quella carne deve bruciare e quel sangue fuoriuscire affinché tu senta e ti senta parte integrante di questo Universo.

Diffido di chi non spalanca il cuore e la mente all'ignoto, temo chi ama solo qualcuno e a piccole dosi, chi si risparmia e si rinchiude in un mondo aprioristico rifiutando la felicità per paura di doverla gestire. Il vivere implica la salvezza dall'aggrapparsi alla vita stessa: essa termina prima o poi per cui lasciamola scorrere e intanto issiamo le vele, come ha fatto Ulisse e, come lui, tanti altri. Abbandoniamo gli spazi angusti e generiamo l’entusiasmo con la danza della mutazione e del coraggio.

Desidero correre su queste mie gambe e renderle sempre più forti per affrontare maratone ancora più impegnative e urlerò il tuo nome affinché tu non muoia negli strascichi che la paura inevitabilmente lascia dietro sé.

A  te, amica della trasformazione, non bastano le parole. Io non sono che il tuo riflesso.





mercoledì 11 marzo 2015

NARCISO IMPARA L'EMPATIA?

I narcisi, gli auto concentrati su se stessi, gli egoisti e gli egocentrici mi danno la nausea, cara Penelope.

Non hanno spiragli dentro se non per loro stessi.

Ho riletto varie versioni del mito classico di Narciso e mi sono fatta un’idea piuttosto precisa di questo personaggio che amo immaginare così. A modo mio.

C’era una volta Narciso,
un bambino bellissimo, talmente bello che la sua mamma chiese agli dei di mantenere la sua bellezza inalterata  per tutta la vita in modo che potesse attirare a sé tutte le donne più graziose e ottenere,  senza  alcuna fatica ,  il loro amore.
Gli dei, dopo essersi riuniti a consiglio, decisero di accontentarla. Fermarono la bellezza di Narciso al suo stadio migliore e gliela diedero in dono per sempre. Tutti gli dei furono d’accordo, tranne uno.
Narciso cresceva, era sempre più bello e riverito: più si sentiva  adorato,  più la sua bellezza pareva inarrivabile ed inesauribile. Tutte le donne del regno in cui abitava, giorno dopo giorno, non perdevano occasione per fargli doni, complimenti e proposte di ogni genere.
Narciso trascorse la sua giovinezza e parte della sua vita in balia dell’adorazione e dell’amore univoco di molte donne , a loro volta bellissime e completamente assorte nella conquista del suo cuore che pareva non avere vita. Narciso era abituato a non provare  emozione o trasporto per quelle donne, non ne aveva bisogno: erano loro ad accollarsi tutto il peso di un amore a senso unico e lui ne godeva i benefici fino a che qualcosa di meglio non attirava la sua attenzione.
La sua bellezza faceva da schermo al suo cuore.
Ma un giorno accadde che una ragazza, non bella come lui ma di sicuro molto scaltra e fiera, lo avvicinò colpita dalla sua indiscutibile bellezza ma poi, appurata tanta  superbia e arroganza, si voltò e se ne andò nel bel mezzo di una danza di benvenuto. Lo lasciò lì, solo.
 Narciso si stranì. La chiamò canzonandola e credendo si trattasse di un semplice scherzo, poi urlò il suo nome, tentò di instillare in lei senso di colpa ma nulla. La ragazza, di nome Celeste, non si voltò e non tornò indietro mai , provocando in Narciso una disperazione senza fine: le lacrime iniziarono a bagnare il suo volto solcandolo di rughe, la sua pelle smise di risplendere e iniziò a seccarsi inesorabilmente rendendolo irriconoscibile nell'aspetto.
La sua bellezza sfiorì, il suo corpo si rattrappì, i capelli imbiancarono e la luce dei suoi occhi si fece opaca e triste.
Un giorno, accanto al fiume, vide la sua immagine riflessa nell'acqua e si spaventò per tanta bruttezza e mostruosità tanto da dover ritrarre lo sguardo. La disperazione gli velò nuovamente gli occhi che fissò davanti a sé su un immenso prato di cui non si era nemmeno accorto.
Quella vista lo sconvolse tanto quanto l’immagine appena abbandonata.
Mille fiori gialli  gli si stagliavano dinnanzi quasi a voler urlare il suo nome NARCISOOOOO APRI GLI OCCHI DEL CUORE e danza con lui: non hai bisogno di schermi ma di specchi d’acqua in cui rivedere te stesso e l’altro fuori da te!
Pian piano la sua figura si dileguò per fondersi con quella dei fiori gialli che da quel giorno vennero chiamati con il suo nome.

La vita vera  è relazione, dolce amica di sempre. Relazione con l’altro.

Siamo tutti alla ricerca di una vita relazionale piena e soddisfacente  ma per raggiungerla è necessario sporcarsi le mani e il cuore di quella , ormai latitante, abilità che si chiama EMPATIA.
Grazie all'empatia vediamo  l’altro ed entriamo in lui uscendo contestualmente da noi stessi. L’intuizione si fa strada tra un corpo e l’altro, tra una mente e un’anima, tra un respiro e un affanno unendo mondi prima a se stanti. 

Una tale ricchezza è irraggiungibile da coloro che peccano di superba autoreferenzialità e non alzano mai lo sguardo dai loro stanchi passi.

Come si fa Penelope? E’ come non accorgersi della bellezza del sole che nasce e tramonta ogni giorno o come non sentire il calore del fuoco quando siamo prossimi alla fiamma.

Senza empatia non esiste amore: questo è il punto.

Nulla più di lei è capace di trasformare. L’abilità di immaginare i pensieri dell’altro facendoli nostri e sentendoli anche da lontano è una forma di grazia, una mistica meditazione in cui si da alito all'intero universo e si respira con lui. Aprirsi all'altro è “l’esperienza” per eccellenza, paragonabile unicamente a quella del dare la vita.

La comunicazione avviene attraverso canali  non convenzionali e silenziosi che creano un posto “unico” dentro chi ne è capace. Un luogo dedicato al sentire: immedesimazione e intuizione si sovrappongono creando un NOI. Una relazione.

Questa abilità di percezione dell’altro è innata ma può essere coltivata, mia dolce Penelope. Affinché ci sia empatia ci deve importare dell’altro! L’empatia ha tenuto uniti i fili dell’amore tra te e Ulisse ed ha riannodato tutti quelli che tu hai tagliato o disfatto nella speranza di rivederlo innanzi a te. Per molti di noi  è una modalità elettiva di comunicazione e interazione , per altri uno spiraglio di salvezza dentro un mare di narcisismo e per altri ancora una mera illusione.

Gli illusionisti dell’empatia, Penelope, vanno stanati ed evitati se possibile perché l’unica condivisione che cercano è quella finalizzata al proprio tornaconto personale e lo sfruttamento, in quanto tale e sotto qualunque forma  si presenti,  va debellato con forza. Si tratta di individui assorbiti dal proprio innato senso di grandiosità, li si riconosce per arroganza e presunzione o , al contrario, per un finto senso di vittimismo pronto a sfociare in induzione di senso di colpa negli altri.

La vita di relazione è complessa, articolata e contraddittoria ma non prescinde mai dal sentire l’altro. Senza la volontà di far risuonare l’eco dell’altrui anima dentro di noi non esiste immedesimazione e quindi relazione.

Siamo tutti un po’ narcisi Penelope. Lo sei tu quando sei insoddisfatta perché le tue aspettative sono state deluse, lo sono io quando credo di meritarmi i trattamenti che si riservano agli esseri unici e speciali, lo è Ulisse quando richiede eccessiva ammirazione per le sue imprese conferendo a se stesso un senso di importanza e grandiosità fuori dal dovuto. Un po’ di ammirazione e stima per se stessi è sana fino a che non sconfina nell'irrealtà. Quest’ultima è pericolosa perché impedisce di vedere le cose per ciò che sono e quindi anche l’altro con le sue esigenze e bisogni.

Come spesso mi capita, faccio uso dell’arte per azzardare alcuni parallelismi e un certo tipo di tecnica artistica a cui mi sono avvicinata ultimamente, quella dei fratelli TZOZOI, mi fornisce in questi giorni la risposta. Se risposta può esserci.

Questi due giovani e innovativi artisti contemporanei usano anche loro, come te Penelope, una tela. Non la disfano, non la colorano, non la ornano ma lasciano che pigmenti e spore prolifichino su essa, naturalmente, senza operare alcun intervento se non quello di una bruciatura finale di queste ultime per fermare la loro riproduzione quando la considerano esaustiva. La muffa diventa colore, forma, immagine in modo naturale e non imposto. Ecco allora che l’empatia assume le sembianze di un elemento naturale che solo   prolificando genuinamente e in modo intrinseco ai protagonisti porta forma, colore e arte sulla tela e nella qualità dei nostri rapporti interpersonali.

Solo se gli scudi dell’egocentrismo resteranno a terra uscirai da te stessa, anima dolce, e lascerai che i fili si intreccino liberamente condotti dal vento dell’empatia.

Mi lascio trasportare con te.




martedì 24 febbraio 2015

SENZA CONFINI

Per natura, congiuntura astrale o eredità celeste sono sempre stata definita una sognatrice e quello dei sognatori è un mondo fatto di immagini rarefatte, approcci mistici, sguardi oltre le righe del tangibile. Sognare è conferire poesia alla realtà ma allo stesso tempo fuggire da essa, voler vivere in un luogo che non è il nostro. Almeno non ancora.

Per definizione,  ciò che visualizzi nel processo onirico viene percepito come  reale solo dal “soggetto sognante” e tutti noi, carissima Penelope, ci scontriamo ogni giorno con la realtà del mondo e delle persone che ci circondano. Rimanere sognatori a vita svilisce la realtà anche se hai la sensazione di renderla migliore. E’ come stordirsi con alcool, droghe o dipendenze di qualsiasi genere comprese quelle affettive: mi attacco visceralmente a un lui o una lei e non mi toccherà affrontare più nulla in completa solitudine.

E’ maledettamente illusorio.

Svegliaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa! Sembra urlare, ad un certo punto, l’esistenza.

Il punto di rottura o di svolta arriva per tutti. Nessuno escluso.

L’abbiamo ripetuto mille volte amica mia: una mattina ti svegli e le cose non sono più le stesse. La vita arriva in quel punto in cui ti costringe, spesso contro la tua volontà, a cambiar pelle, a spogliarti di abiti che non ti stanno più bene, a scegliere tra la possibilità o meno di assaggiare tutte quelle potenzialità rimaste finora  inespresse.

La vita sembra dirti “Tu sei anche altro: abbi il coraggio di vedere cosa. Esprimiti a pieno senza remore ma prima di farlo devi GUARDARE”.

A te ha detto “Non sei solo una moglie o una madre. Vivi l’abbandono come una possibilità. Diventa donna indipendentemente da lui!”.  L’ha detto a tante di noi, anche a me,  ma ad ognuna in modi diversi.

Ti dico con matematica certezza che solo chi ha saputo guardare alla desolazione estrema di quei momenti e alla realtà terrificante che stringeva tra le mani, ha poi potuto godere degli inevitabili benefici della trasformazione. Chi ha continuato a  stordirsi di sogni o di irrealtà, invece, non ce l’ha fatta. Ancora oggi, magari dopo anni, non ce la fa. Per certi aspetti è più semplice mettere in atto alcune tattiche di sopravvivenza piuttosto che sporcarsi nuovamente le mani e il cuore con le bellezze  e le storture della vita.

Tu, dolce amica del mare, hai fatto questo. La tua tela è stata la tua droga, la tua strategia per sottrarti al nuovo, all'inconsueto: avresti potuto sparigliare la carte molto di più di quanto hai fatto, scappando, costruendo una nuova casa, sposando un altro uomo, infangando il nome del tuo Ulisse. Lo sai vero? Se avessi davvero guardato la tua realtà di donna, lasciata sola con un figlio, avresti potuto concederti mille possibilità che invece hai seppellito sotto il ricordo di un amore e le figure di una tela che non vedeva mai la luce. Infondo, il tuo è stato un lavoro incompiuto! E’ stato più facile crogiolarti negli echi di un sentimento tenuto in vita da una rievocazione continua che non seppellirlo, almeno ad un certo punto, e riviverne un altro o mille altri.

Conosco donne e uomini che agiscono come te anche oggi, in questo mio tempo in cui, a differenza del tuo, le convenzioni morali e sociali saltano come grilli in un campo estivo. Persino coloro che sono  emotivamente più evoluti o in apparenza sfrontati,  si rinchiudono in quel mondo illusorio e fatalmente dorato che solo i sogni sanno costruire. Un mondo di conforto quotidiano fatto di statiche certezze e chiusura in cui  ci si lecca le ferite da soli , ci si illude di bastare a se stessi ma, soprattutto, non si rischia più nulla.

Tutto ciò accade quando qualcosa si rompe, ci feriamo profondamente e quel dolore è talmente lacerante e invasivo da toglierci il respiro. Provare quel genere di dolore è come morire. Non riuscire a perdonarci per essere stati gli attori di quella rottura , però, è come morire due volte! Chi non perdona se stesso, non evolve e rimane fermo allo stadio del sogno, dell’illusione e della mistificazione credendo, come il "soggetto sognante", che quella sia la realtà.

Penelope oggi so che avrei voluto vederti agire diversamente. Oggi posso dirtelo. Perché non ti ribelli ora? Non è tardi, si è sempre in tempo per certe cose!

Scuoti la tua chioma, accorciala, colorala, strappa i tuoi vestiti immacolati e rotolati nella sabbia, bruciati al sole e raffreddati nel gelo del mare d’inverno ma, sopra ogni cosa, squarcia quella maledetta tela mai portata a termine e iniziane una nuova senza nessuna sottesa finalità! Progettala nei minimi particolari per il tuo puro godimento e osa con disegni ispirati dal vento e  colori accostati con improbabile cromia. La tua.

In questo arduo processo di presa di coscienza e avvicinamento alla realtà, gli ingredienti fondamentali sono due: il primo è l’entusiasmo, il secondo è la consapevolezza.

Dico a te e  a coloro che come te sono ancora ingabbiati dentro se stessi , ma prima di tutti l’ho detto a me stessa in un passato nemmeno troppo lontano, sii felice e grato alla vita di questa enorme possibilità di sperimentazione che ti viene offerta. Penelope, puoi reinventarti e testare nuove strade per cui, gioisci e cammina a testa alta con il tuo bel sorriso stampato sul volto. Come dice la mia amica Sonia, rivendicando il suo sacrosanto diritto all'identità che più sente di possedere, “io sono senza confini” e, pertanto, sono entusiasta e grata alla vita di poter essere oggi qualcuno che non ero ieri e viceversa. Non ingabbiatemi, sono fatta per altro, io!

Se l’entusiasmo è puro accadono magie intorno a noi, i compromessi che levano la dignità non sono più accettabili e la ricerca di ciò che fa star bene diventa la sola dipendenza possibile.

Nella consapevolezza, invece, risiede il fulcro della connessione con tutte le realtà, dentro e fuori di noi. Ti sei mai chiesta , amica amata ed odiata, per cosa sei stata creata? L’arte della consapevolezza ti avvicina alla risposta. Osservando realisticamente la nostra esistenza, restando nei dolori e non fuggendo le gioie, la risposta si fa sempre più chiara: da un eco lontano si trasforma in boato che un bel giorno ti sveglia e riconnette tutte le tue antenne a quella della tua anima.

Io ho smesso di vivere di sogni Penelope ma non ho cessato di leggere versi di poesia in tutto ciò che mi accade. Entusiastica gioia e consapevolezza  sono le mie compagne di viaggio verso la realizzazione del mio compito in questa vita.

Trova il tuo giorno Penelope, oltrepassa il confine e scrivi la tua vera storia. Dipende da te!