lunedì 26 gennaio 2015

SENZA PROTEZIONE

Ci sono verità che non abbandonano. Esistono e basta Penelope anche se tentiamo di chiuderle in un cassetto e fingiamo di perdere la chiave! Quelle verità restano, sono parte  del nostro andare e del nostro divenire. Ci appartengono come questa pelle, gli occhi e le storie che abbiamo scritto fin qui.

Ma la vita corre, va avanti e abbiamo il dovere di restare sul nostro cammino e percorrerlo tutto, a prescindere da esse.

Mi ritrovo nuda davanti a me stessa, nuda più che mai e senza protezione davanti a un corpo e ad un volto: i miei. Come innanzi a uno specchio.

Cosa vedo? Cosa dico a quella donna riflessa che, dopo essersi fatta qualche risata per rompere il ghiaccio, non riesce a fare altro se non osservarsi  come se si “vedesse” per la prima volta?

In questi giorni di inizio anno c’è chi mi scruta, mi ascolta mentre parlo e mi osserva confessandomi “sai, ogni volta che incontro una persona, mi sforzo di immaginarmela da  bambina, in quell'età in cui le contaminazioni del vivere non l’hanno ancora trasformata nell'adulto di oggi”.

Ed eccomi lì davanti al mio specchio nel vano tentativo di ritrovare quella fanciulla dagli occhi grandi e impauriti ma dov'è? In cosa si è trasformata? Mi riconosco o no quando mi guardo allo specchio?

Osservo le linee del mio volto e penso a quando tutto è iniziato.

Penso a chi mi ha regalato la vita in un gesto d’amore e mi cullo nell'idea che ogni cosa, umana e non, ogni relazione, persino le opere d’arte o di tessitura, come la tua tela, ha inizio in un preciso ed irripetibile istante. Si inizia con una pennellata di colore,  uno sguardo, un tocco magico, come direbbe la mia amica di sempre, una parola , un silenzio o semplicemente un’idea. E la vita si crea, prende forma. Esattamente quella e non un’altra.

Tu Penelope, sei partita da un singolo filo di cui hai scelto il materiale e il colore: lana o seta? Il rosso del sangue o il blu del mare?

Io ho iniziato mille volte e da punti di partenza diversi: il preludio della mia verità, quella che non mi abbandona ,  coincide con uno sguardo. Un semplice sguardo. Gli altri inizi, invece, sono variopinti come la tela dei tuoi colori.

Il mio volto, quello che vedo riflesso davanti a me in quello specchio, si crea in seguito ad un gemito d’amore, almeno così mi piace pensare, che ha determinato molte sue linee d’espressione, il sorriso e lo sguardo che mi contraddistinguono. Chissà se, oltre alla genetica, anche la qualità dell’amore di due corpi che si uniscono determina le fattezze del nascituro. Stupide e romantiche fantasie le mie eppure qualcosa di molto intimo mi dice che un embrione, crescendo, è in grado di sviluppare recettori che lo pongono in contatto con l’esterno e la sua venuta al mondo verrà influenzata, nel bene e nel male, dal genere di legame  che l’ha generato e chiamato alla vita.

Il sopravvento di questi pensieri mi facilita nella visualizzazione della mia parte bambina, della tua  e quella di chiunque mi stia innanzi. E’ la parte che amo definire “senza protezione”.

Quel nucleo puro ed incontaminato che, se fossi un disegnatore di fumetti, illustrerei con un luccichio a forma stella all'interno degli occhi.

Casualmente, ma nemmeno troppo,  ieri sera a cena, mia figlia mi racconta la storia di un super eroe che si libera, strato dopo strato come se fosse una cipolla, di tutte le maschere accumulate durante la sua vita fino ad arrivare, con fatica, al suo vero volto “laggiù, laggiù” dice la mia piccola “gli altri e lui stesso videro finalmente il suo volto, quello vero”. Lo stesso che tutti  prima o poi ci mettiamo a scrutare, una sera per caso e con caparbia insistenza, davanti ad uno specchio. Un po’ per gioco un po’ per nostalgia ci ritroviamo lì davanti, alla ricerca del nocciolo, dell’origine, del centro che tiene in piedi il tutto: quel cuore pulsante che ci rende unici, forti, inimitabili e allo stesso tempo molto esposti. Perché quella parte di noi è l’unica che vive di purezza ed è priva di tutele o garanzie.

Buttiamo via i copioni Penelope!

Le battute sono tutte da scrivere, le parti non vengono assegnate a tavolino ma s’improvvisano al momento e gli attori vengono attirati sulla scena da energie cosmiche e correnti di corrispondenza, simmetria e fedeltà a ciò che abbiamo il coraggio di essere e mostrare.

Ho smesso di pensare che la vita debba essere perfetta :“Anche nel difetto e nell'imperfezione siamo tutti un incanto” , lo dice più o meno così  un cantante del mio tempo Penelope, e queste parole oggi sono finalmente le mie. Arrivano lì al centro, in quel luogo in cui la bambina ha  smesso di credere che le cose vadano come se le era immaginate o che debbano seguire un percorso a tappe prestabilite. Seguire gli iter canonici, quelli che ci hanno insegnato quando eravamo piccoli, non preserva dagli errori o dai fallimenti: bisogna saperlo Penelope! Oggi lo so.

La tua bellezza inizia il giorno in cui Ulisse parte: lo stratagemma finisce per stancare anche te.

Voglio essere lì quando ti accingerai a confezionare una nuova tela che non dovrà essere disfatta per ingannare il tempo e i tuoi indegni pretendenti. Nessun espediente, nessuna finzione, regina del mare. 

La purezza dell’imperfezione e la bellezza del tuo sguardo rinato daranno inizio a nuove trame e a nuovi orditi.


Mostrami il tuo nuovo coraggioso inizio!




martedì 13 gennaio 2015

DALLA PARTE DEI "NON SILENZIOSI"

Penelope,

qui, nel mio tempo, sono giorni strani. Accade un po’ di tutto.

Vita e morte danzano tra annunci di follie ed immagini raccapriccianti eppure così dannatamente moderne.

Muoiono uomini, donne, artisti, poliziotti, fumettisti, giornalisti: persone di valore perdono la vita per  l’insensatezza altrui.

Le notizie di cronaca di queste ore creano sgomento e tristezza  contribuendo alla costruzione di un clima d’esitazione e paura per il futuro che leggi negli occhi e nelle parole di chiunque. In questo inizio anno, Penelope, si scrivono importanti pagine della nostra storia volte a sostenere la libertà di espressione e a combattere l’eccidio della democrazia delle idee. Viviamo in un mondo in cui dire o scrivere ciò che si pensa è divenuto rischioso e, in alcuni casi talmente azzardato, da mettere a repentaglio la vita stessa di chi si esprime.

Non so se comprendi. Il mio tempo è così distante dal tuo eppure così vicino. Si tratta di guerre Penelope,  forse così mi puoi capire! Al tuo tempo c’è stata quella  di Troia  che, durante l’ultimo suo anno di esistenza, si è portata in viaggio il tuo Ulisse.

Combattere qualsiasi tipo di conflitto è faticoso, oneroso, rischioso fino al limite. Il limite dell’esistere. E la fatica, soprattutto ai giorni miei, consiste nel farsi un’opinione e nel difenderla, ad ogni costo.

L’eco delle mille parole ascoltate in questo inizio anno ripete incessantemente lo stesso refrain: “meglio la morte della non libertà”. In ogni caso, il prezzo è altissimo!

Quanti i soldati persi in quella guerra iniziata con il ratto di Elena per mano di Paride, quanti i civili caduti ai miei giorni per aver difeso un’idea coraggiosa, quanti i soldati trucidati nei conflitti esplosi in giro per il mondo per aver preservato le proprie terre o quel semplice e civile diritto che è la libertà di pensiero.

Alla base di una motivazione conflittuale, la sete di potere, il desiderio di ricchezza o prevaricazione sull'altro  risiedono costantemente e poco importa se  la gente  combatte per un ideale, per informare o salvaguardare le mura di una città; combattere implica, sempre e comunque, uno schieramento, una presa di posizione chiara,  la manifestazione di un’idea che può trasformarsi in sfida, incognita e pericolo. Un concetto, quest’ultimo, a cui tu sei certamente più avvezza di me, Penelope.

Eppure sia tu, regina dei mari di allora, che io, fiera donna del mio presente, tocchiamo  l’idea della morte come un qualcosa di tangibile, possibile, ad un passo da noi.

La fine è lì, imperante sui miei schermi televisivi o sui tablets di ultima generazione. La fine è lì, Penelope, sui campi di combattimento in cui persero la vita schieramenti interi di Achei e Troiani. Gli uomini del tuo tempo, non solo il tuo Ulisse, erano soldati, eroi dalla freccia facile, dalle armi sempre alla mano. I miei uccidono con un click!

M’intimorisce questa intimità nascente con il pericolo, la minaccia, la violenza, l’efferatezza dei gesti ma ciò che più temo è l’indifferenza che regna sovrana fino a che  un gesto eclatante e folle non sia in grado di risvegliare l’attenzione globale. Ma a quel punto è ormai tardi e  troppe vite sono già state spese.

Domenica scorsa,  l’Europa intera scendeva in piazza per difendere la libertà d’espressione, Penelope!

Tutti i capi di Stato, come se fossero i capi degli Achei e dei Troiani, si sono riuniti in un cordone solidale e compatto, contro la follia di chi uccide a sangue freddo in nome di un Dio dal nome inconsueto per molti di noi. Prova ad immaginare, provaci solo per un istante.

Esporsi,  Penelope mia, scendere in campo, smettere di avere paura. A questo veniamo chiamati, tutti noi, ogni giorno.

Il coraggio di pensare, di prendere posizione e poi agire di conseguenza.

Non posso non pensare al tuo Ulisse, astuto artefice dello stratagemma del cavallo, grazie al quale conquistò la città tanto bramata. Atto coraggioso, eroico o semplicemente intuizione fortunata di un uomo che ha scelto ed ha agito. Avrà avuto paura, anche lui.

Non posso non pensare a chi, ogni giorno, rischia la vita per documentare le realtà più agghiaccianti e penose di questo nostro vivere. Ho visto scatti di guerra, compravendita di bambini,  traffico di organi,  abusi sulle donne, povertà e schiavitù inimmaginabili solo grazie al coraggio di qualcuno che si è schierato dalla parte dei “non silenziosi”, dei “non indifferenti”. Questo è il mio mondo Penelope! Un mondo che pare lontano, come il tuo, ma che invece è talmente prossimo da farmi sentire in perenne debito.

Gli eventi drammatici di questi giorni di "storia" m’inducono a riflettere sul mio quotidiano e la parola che torna incessantemente alla mente è sempre la stessa: RESPONSABILITA’ che poi altro non è che scegliere liberamente e agire di conseguenza. Nonostante i rischi.

Chi sceglie, esamina criticamente una questione, un contesto e poi esercita il proprio diritto alla libertà di pensiero prendendo posizione: non rimane indifferente, non fugge alla realtà e non volta lo sguardo da un’altra parte fingendo di non vedere e di non conoscere. 

Chi sceglie responsabilmente guarda ciò che ha intorno con circospezione e serietà: è come inciampare in un sasso prezioso in mezzo a mille sassolini da nulla. Si può decidere di gettarlo via con un calcio assieme agli altri oppure di raccoglierlo,  esaminarlo, toccarlo e decidere di conservarlo perché ha colpito la nostra attenzione. Potrebbe avere un valore oggettivo o anche solo emotivo ed affettivo perché ci siamo accorti  della sua presenza tra mille altri sassolini insignificanti, non ha importanza. Vivere responsabilmente è collezionare momenti e persone che diventano preziose grazie al nostro sguardo di verità e, quindi, d’amore.

Credo fermamente si possa reagire ai mali del mondo e al folle egoismo dell’uomo con una sola risposta: IO SCELGO, mi schiero e mi espongo perché guardo la realtà e poi decido consapevolmente sul da farsi assumendomene l’intera responsabilità. Sono intollerante Penelope, lo ammetto,  verso i pigri e gli indolenti e, ancor di più, verso chi passa accanto alla meraviglia del vivere senza sporcarsi le mani, almeno un po’. Non tollero gli imperturbabili, i muri di gomma, gli apatici, i senza opinione.

Il mio mondo, più del tuo, ci costringe  ad esporci, ad avere un’opinione, a non procrastinare le decisioni, a scegliere sempre da che parte stare.

Io non ho il coraggio di radunare un esercito nel ventre di un cavallo di legno Penelope, ma ho la velleità di guardare ogni cosa in faccia, senza sconti, senza fiocchi rosa per mascherare e profumi di fiori per depistare. Ho un semplice coraggio, sopraggiunto in me da molto lontano e che non mi abbandona; si chiama senso di realtà e amore indiscriminato per ciò che è.

Colleziono sassi preziosi, fiori dal profumo intenso e attimi di purezza immensa ora che ho smesso di abbellirli con luccichii inesistenti e  ora che, per ognuno di loro, scelgo il posto più adatto.

E’ un incedere faticoso  che fortifica l’attitudine al coraggio e alla grazia. Una volta scoperto questo mondo, tornare a quello di un tempo diventa un’impresa impossibile.


Cerca i sassi belli con me, Penelope!


mercoledì 31 dicembre 2014

UN PICCOLO GRANDE BUON PROPOSITO...

Penelope, finisce questo 2014. Finirà davvero poi?

Si insomma, questa storia degli anni che finiscono alla mezzanotte del 31 Dicembre ogni tanto mi pare una vera bufala, esattamente come i compleanni. Dal tal giorno entri nel club degli “anta” e tutti iniziano magicamente a guardarti e considerarti  in modo diverso, diventi più saggia, più matura o, diciamolo, semplicemente più “vecchia”.

Lo stesso vale per un anno che finisce. Cosa cambia tra il 31 Dicembre e il 1 Gennaio?

Non lo so amica mia, eppure è così. Per convenzione, per  finzione o per la bizzarra necessità di imporci dei confini, viviamo il nostro tempo scandendolo con rituali che ci illudono di misurare quanto stiamo o non stiamo ottenendo dalla vita. Perché fare un bilancio è questo: una conta di tutto ciò che ci eravamo prefissati e di quanto abbiamo ottenuto o fallito.

Amore, lavoro, figli, carriera, successo, soldi, serenità; questo ce l’ho, quest’altro mi manca, questo si, questo invece no!

Eppure, nonostante non mi interessino i nudi bilanci, soprattutto perché incapace di redigerlo in modo corretto e sistematico, il 365esimo giorno di un anno porta via con sé tutta una serie di speranze e aspettative  cui possiamo dare una nuova forma e trasformare in possibilità per il futuro.

In fondo c’è qualcosa di magico in un anno che finisce sia esso anagrafico o solare e, dunque, che magia sia!

Credici con me Penelope!

E’ singolare che il mio anno stia terminando con l’inizio della lettura di un libro in cui un angelo custode interagisce, colloquiando quotidianamente, con la protagonista della storia. Sono alle prime pagine di questo romanzo eppure il titolo, compresa la dedica dell’autore che mia madre è riuscita eroicamente a “strappare” per me, mi lanciano un messaggio inequivocabile che sembra essere FERMATI E PRENDITI CURA DI TE! E se non ne sono capace? C’è il tuo angelo che ci pensa.

Ci sarà davvero? Ci ha mai pensato qualcuno a me o è una illusione poter delegare un tale fardello a qualcuno che non sia io?

Credo che per me il 2014 sia stato l’anno della messa a terra delle illusioni.

Lo dico senza cinismo o tristezza ma con estrema consapevolezza. Sono diventata grande con tutte le responsabilità che questo passo comporta ed ho finalmente abbandonato la speranza che la felicità non sia responsabilità totalmente mia. Lo è, eccome!

E’ nella creazione quotidiana di questa strada verso il cielo della soddisfazione personale che risiede la magia a cui mi sono abbandonata. Un lavorio costante e quotidiano Penelope che somiglia al tuo ordire la trama della tela; un’azione di potenza creativa e di cesello minuzioso ammantata da una dimensione di incognita e imprevisto che va al di là dell’umana comprensione. In questo senso mi piace pensare all'angelo.

Lui c’è. E lì e in qualche modo tira i fili che di cui non percepiamo l’esistenza perché troppo intenti a credere di sapere e possedere tutto, compreso il tempo.

Questo nuovo anno che inizia porta con se l’ebbrezza eccitante e timorosa di un decollo , Penelope,  e allo stesso tempo la coscienza e la percezione chiara di una navigazione ormai avviata e, in parte, sperimentata. In entrambe i casi servono doti adulte, amica dolcissima, di cui sento, finalmente, poter disporre. Tra le tante cito la lucidità, la capacità di abbandono, il senso di responsabilità, l’apertura all'inatteso e la capacità di respirare in modo ampio e consapevole.

Nessun buon proposito se non quello di PRENDERMI CURA di me e di chi amo davvero.


Non di chiunque.


venerdì 19 dicembre 2014

INTERMEZZO NATALIZIO

Penelope, nulla da fare!

In questo periodo dell’anno sono facile preda di mille grovigli malinconici, le parole non  “vengono facili” e anche il dialogo con te ne risente, stenta a trovare la sua direzione. Ho provato ad immaginare un modo nuovo di vivere questo Natale svincolandomi idealmente da impegni e formalità che percepisco sempre più artefatti.

Ho immaginato te, me, Ulisse e pochi altri commensali stretti intorno ad un tavolo, immersi in una calda atmosfera e accompagnati  da una dolce musica di sottofondo, intenti a sorseggiare  ottimo vino e gustare buon cibo. Mi sono chiesta con chi avrei condiviso volentieri quel tavolo la sera di Natale. Chi renderebbe davvero magica la sera che, per tradizione, è già la più incantata dell’anno? La stessa in cui tredici anni fa nasceva il mio primo figlio. E pensare che quando ero una ragazzina ho sempre fantasticato sull'eventualità di diventare madre nei giorni intorno al Natale e così è stato, come fosse scritto. 

Partorire la sera della vigilia è stata l’esperienza più straordinaria e colma d’incanto che si possa immaginare. L'emozione di quel ricordo mi stordisce ancora.

Vorrei mio figlio a quel tavolo, con tutta la sua acerba mascolinità in divenire  e, accanto a lui, la mia giovane bambina dagli occhi color del cielo che si sta aprendo con dolcezza inconsapevole al suo essere donna.

Lei splende. Lui scalpita.

Vorrei  te Penelope, mia ancella, confidente amata ed odiata, alter ego da esplorare, combattere e da cui trarre prodigioso esempio per caparbietà, fede e capacità di amore. Ti amo e ti odio, bellezza di tutti mari, perché in te rivedo una parte di me che è stata e non è più ma che mai rinnegherò: senza tutti i pezzi passati non saremmo mai chi siamo oggi e , come dice il grande A. Einstein “La vita non ti da le persone che vuoi, ti da le persone di cui hai bisogno: per amarti, per odiarti, per formarti, per distruggerti e per renderti la persona che era destino che fossi”. 

Ecco Penelope, alla tua vita mi sono ispirata, alla tua scuola di ricamo e tessitura mi sono formata per creare, distruggere e poi ricostruire ancora e con fatica la donna che sono ora.  Il disegno che ne fuoriesce è ricco di punti da riprendere e imperfezioni da appianare ma, nel suo insieme, è armonioso e piacevole alla vista e al tatto, profuma di pulito e bruciato insieme. Da te ho imparato che  i fili superflui  vanno tagliati e riannodati al fine di rendere l’immagine compatta e i colori più vividi, anche se  disfarsi di alcune parti crea sempre un po’ di dolore. I fili che getti alle fiamme sono quelli che  purificheranno l’aria trasformandola in nuova energia.

Con te e da te ho imparato che l’amore non è solo mancanza bensì non- attaccamento e, soprattutto, tempo; è lasciare libero l’altro abdicando ad ogni mania di controllo.

A tale proposito, parlo a te Ulisse, altro prezioso commensale alla mia tavolata natalizia, questa inconsueta donna, oltre ad aver compreso che tu non le appartenevi come una mera proprietà, ti ha regalato il suo tempo, un tempo infinito nel quale tu, incallito viaggiatore, hai sperimentato la libertà in tutte le sue forme. Non dimenticarlo mai Ulisse. Sei stato libero, giorno dopo giorno per venti lunghi anni, oggi, domani, ANCORA domani e l’indomani seguente, ANCORA. Il grande Lacan, psicoanalista e filosofo francese dei primi del Novecento, riconosce nella parola ANCORA, la parola dell’amore perché racchiude in sé quel desiderio di ripetizione eterna proprio delle anime che “inciampano per caso”  l’una nella vita dell’altra dando vita ad un incontro d’amore. Ancora i baci, ancora le carezze, ancora gli abbracci che curano, ancorale parole, ancora le notti insieme, ancora i risvegli, ancora, ancora…

Sei un uomo arguto e saggio: hai mantenuto vivo il  ricordo di lei, nonostante la tua fuga travestita da eroismo, e l’hai amata anche da lontano. Per tornare da lei e tuo figlio, hai rinunciato a diventare immortale. Hai detto no a mille ANCORA possibili e hai fatto finalmente ritorno. Anche questo, in tutta la sua imperfezione, è amore.

In pochi hanno l'occasione e il dono di vivere certi miracoli. Tu l’hai avuta con lei ed io, a quel tavolo, non potrei desiderare compagnia migliore: i protagonisti, fallibili e bellissimi, di un prodigio d’amore, simbolo di mille altri. Sono certa che i miei occhi sarebbero avidi, le mie domande inopportune e la poesia che scaturirebbe dai vostri racconti, eccelsa.

A quel tavolo vorrei ancora mia madre e mio padre, finalmente ritrovati nel mio cammino di pacificazione e gli amici, quelli veri, quelli che restano anche quando trabocchi di felicità e vivono con autentica empatia ogni passo del cammino senza lasciare mai il campo.

Gli incontri, cara Penelope, sono la ricchezza del nostro vivere, essi racchiudono sempre un segreto, sono strade possibili, deflagrazioni dell’anima o della mente e, in certi casi, veri scoppi del cuore. Quando un incontro mette in contatto tutte queste parti l’una con l’altra, siamo in presenza di un evento colmo di grazia, un accidente soprannaturale per cui non è possibile esimersi dal ringraziare.

Al convivio natalizio non mancherà un pensiero per tutti gli ANCORA,  i GRAZIE,  i prodigi, gli occhi, gli abbracci, le parole raccolte in questa mia navigazione.

Aggiungo un posto alla mia tavola per ognuno di loro e per te che sei lì, sulla soglia della porta, e ti guardi intorno timoroso di allungare il passo; per te che hai tradito il nostro patto e non trovi pace;  per te che preferisci il silenzio alla verità;  per te che soffri delle tue ossessioni ma che hai saputo rivoltare la tua anima; per te che non sai scegliere; per te che soffri per la morte di un padre mancato; per te che non smetti di inseguire false illusioni;  per te che hai soffocato l’indicibile per anni e anni; per te che baci tutti; per te che non vedi l’ora di diventare madre; per te che non sai da che parte ripartire e hai smesso di amarti; per te che ti sei trasformato da canna in balìa dei venti in salda roccia ;  per te che hai combattuto la malattia a testa alta e poi per te che ti prendi cura di tutti tranne che del tuo cuore; lo aggiungo per te che ci sei e non ci sei e per te che corri fiducioso incontro ad un futuro incerto e ricco di salite; per te che ami dormire fino a tardi e per te che sai insegnare la musica;  per te che cresci i tuoi figli da solo e ti illudi di essere un uomo libero e poi ancora, per te che ami oltre ogni limite fino ad aprirti come il più bello dei fiori e, infine, quel posto lo trovo anche per te ma solo dentro me. L’unico luogo possibile.

Che sia un Natale imperfetto ma d’Amore!




mercoledì 3 dicembre 2014

CERVELLO IMPAZZITO: GIOCHIAMO!

Amo vivere la vita dipingendola con le parole. Le uso incessantemente, cerco di farlo al meglio, quando parlo, scrivo ma anche quando ascolto. Per me le parole contano, hanno un peso, un valore: sono un filo rosso che cuce il dentro con il fuori, un’intermittenza fluorescente tra anima e corpo, un biglietto da visita del nostro spirito a cui non è possibile sottrarsi.

Termine, vocabolo, lemma o, più semplicemente, PAROLA.

Mi piace pensare che ci vengano regalate in ogni istante della giornata per dare luce ai nostri gesti, agli sguardi, ai repentini cambi di umore, alla rabbia, alla gioia, alle intemperanze dello spirito. La vita ha bisogno di parole per essere compresa e assaporata oltre che di silenzio e  buio per essere accettata: esse accendono una luce là dove si fatica a trovare un senso. Le parole, scritte, cantate, ascoltate, lette, recitate o taciute bussano alla porta della nostra consapevolezza quando siamo pronti ad accoglierle.

Prima di quel momento, esse ci rimbalzano dentro o scivolano addosso come fossero semplice aria messa a disposizione per essere respirata.

Giochiamo con le parole, Penelope, al Cervello impazzito. Non pensare: dillo e basta!

La parola è: FILO!

Conduttore, filo di speranza, filo colorato, giallo,sciolto, nodo, treccia, bruciato, sciolto, spezzato, unione, cucito, bocca cucita,legata, salame, corda, eros, rosso, amore mio…

Ancora.

La parola è: CHIAVE!

Porta, lucchetto, apri, spalanca, entra, calpesta, legno, pesante, spalla, colpi, paura, segreto, respiro, luce, finalmente..

E’ un gioco Penelope, in cui si lascia la mente libera di vagare associando parole e immagini  in modo immediato e non premeditato. Una parola e ti prendi qualche secondo di tempo per abbinarla ad altre oppure a suoni e immagini da lei evocate:  fai presto Penelope, non permettere al ragionamento e al pensiero razionale di subentrare in questo gioco in  cui celerità e spontaneità sono i vincitori indiscussi.

Ho sempre adorato questa tecnica  di libera espressione che ti allena a dire no alle censure della mente imposte dalla buona educazione, dal formalismo imperante e da tutto ciò che è vincolo e imposizione esterna. La mente, così come il corpo e il cuore, necessita di libertà di funzionamento per potersi ossigenare in modo naturale. Nulla in noi è stato creato per restare ingabbiato a lungo, tantomeno il nostro cervello.

Procedere per libere associazioni non svincola solo la mente ma anche lo spirito, rendendolo più leggero e incline alla sua vera natura. La vita stessa procede per associazioni “più o meno libere” di fatti, persone e occasioni dando vita a coincidenze stravaganti e talvolta improbabili che lasciano il segno e che toccano le corde dell’anima. Se desideriamo coglierli, i segnali che la vita ci sottopone sono spesso inequivocabili.

Dal momento in cui ho aperto gli occhi su queste evidenze, la mia vita appare  piena, sensata e costellata da concomitanze che sanno di miracoloso e da cui traggo immensi benefici. Basta un sogno, un incontro, la vista di una scena particolare per strada, il racconto di un figlio o un semplice ritardo a squarciare un cielo cupo e colmo di nubi indefinite.

Domenica sera. Una Torino piovosa ormai da troppe ore. Un caro amico con me e la decisione di andare al cinema per guardare un film insieme. Come spesso accade a noi moderni, Penelope, arriviamo in ritardo per il film scelto e dobbiamo ripiegare su un altro. Il titolo ci sembra carino: ha a che vedere con la felicità ma non ne sappiamo molto. Ci fidiamo di un istinto comune  e decidiamo di farci trasportare in quel mondo di “felicità” o “happiness” per restare fedeli al titolo.

Ecco Penelope, domenica è accaduto di nuovo: non poteva che capitare a me e lui, così naturalmente predisposti alla ricerca di un senso, e non poteva verificarsi se non in questo momento delle nostre vite in cui il vento ricomincia a soffiare, per entrambe,  verso nuove direzioni. La visione di un lungometraggio che affronta il tema del tema della verità e trova la risposta nella conduzione di una vita semplice, fatta di condivisione e spiritualità ha comunicato empaticamente alle nostre vite  indicandoci nuove  direzioni possibili.

Si è parlato di karma, come ho già fatto altre volte tra queste righe, come di un cerchio da concludere o un disegno da terminare in questa o più vite. Oggi, alla luce di tante esperienze e letture, sono sempre più convinta che siamo NOI i soli artefici della strada su cui poggiamo i passi, presenti e futuri,  con cui chiuderemo questo cerchio.  I nostri pensieri sono fondamentali nel processo di costruzione del possibile perché diventano azione e le azioni s’incanalano nei meandri sotterranei dell’invisibile e dello spirituale creando gli effetti  qualitativi del nostro vivere. 

L’universo, amica mia, mette ogni cosa a nostra disposizione, ne sono certa, e sta a noi scegliere ciò che ci fa stare bene e ci fa progredire nella direzione auspicata. Non penso ci siano vie giuste o sbagliate ma solo aderenti o meno al nostro sentire. Questa è la sola via.

Domenica, all'uscita dal cinema, gli occhi del mio amico erano lucidi e il silenzio è stato per qualche minuto il degno compagno di una riflessione che entrambe abbiamo interiorizzato autonomamente e poi condiviso in semplicità. La vita chiama, apre le vie, mostra le direzioni, induce al coraggio del cambiamento ma, per riuscire ad avere la vita che ci sentiamo dentro, è necessario essere aperti non solo alle esperienze tangibili ma soprattutto a quelle spirituali ed interiori.

Sono giorni strani questi, colmi della parola libertà che riecheggia sotto mille forme. Allora Penelope, sei pronta?

La parola è: LIBERTA’!

Volo, gabbiano,uccelli, ali, aria, mare,giri, onde, viaggi,scelta, vita, rischio, andare via, sparire, dire no, amare, tradire, giocare, uscire, entrare, capelli al vento, paura, scelta, difficile..

Partiamo da qui.

Usiamo le parole Penelope, giochiamo con esse per sperimentare una libertà possibile, tutta da costruire, tutta nelle nostre mani.




mercoledì 19 novembre 2014

L'ONDA PERFETTA

 “Si può tornare solo dopo che si è partiti” è una frase che ho letto in questi giorni tra le tante parole di un moderno esploratore del mediterraneo di cui amo leggere le considerazioni quotidiane sullo scrivere e l’andar per mare.

Dopo una partenza, reale o immaginaria, si torna sempre e comunque? Per quanto auspicato, un vero ritorno è sempre realizzabile? Infine, se si ha il coraggio di tornare, in quale punto si approda esattamente?

Una cosa è certa, qualunque sia il  luogo del ritorno, esso non può coincidere con quello della partenza: la tua storia lo dimostra così come la mia e quella di chiunque abbia vissuto un commiato attuato in prima persona o subito.

Ulisse salpa verso la terra dell’ignoto dove si misura tra imprese mirabolanti e guerre violente esattamente come accade a chiunque lasci le proprie certezze per affrontare ciò che ancora non conosce. Abbandonare la propria zona di confort conduce inevitabilmente in uno stato d’inquietudine e disagio colmo di demoni e paure che non lasciano indenni.

Lui torna, dopo aver vissuto avventure mirabolanti e visionarie, ma il luogo in cui approda non è più la stessa casa che aveva lasciato vent'anni prima.  La sua Itaca è in mano ai Proci, tu, Penelope, sei una donna invecchiata seppur ancora bella e ricca di un amore anch'esso mutato e vostro figlio non ha più le sembianze di un fanciullo, si è trasformato in uomo. Un’oasi diversa lo accoglie, uno sfondo dai colori mutati come la tua tela, amica ingegnosa, che cambia immagine e forma ad ogni sussulto della tua anima.

Anche io ho lasciato gli ormeggi, Penelope, lo sai. Navigo a vista, ormai da tempo, in un mare immenso, brulicante di vita meravigliosa e pacificata solitudine. Mi ritengo una donna errante del mio tempo  e, in quanto tale,  combatto quotidianamente contro i miei demoni e le tempeste che questa condizione mi impone. Gli uomini che viaggiano per mare hanno la scorza dura, amica, volta a proteggerli dalle sferzate improvvise di vento e sviluppano una capacità intuitiva tale da permettere loro di prevedere e schivare i pericoli. Ecco, io sto imparando tutto questo. Sono in cammino verso una libertà che assaporo, a tratti , tra una tempesta e l’altra, e sto temprando mente e spirito durante questo fantastico percorso.

Si parte sempre lasciando un “dietro” colmo di luoghi a cui fare ritorno, affetti a cui rendere conto o semplicemente odori e abitudini da dimenticare. Si parte per lasciare qualcosa o qualcuno oppure si parte e basta. Ricerca di un altrove fatto di ALTRO

Mille vite sono in una sola ed è nostro dovere scoprirle tutte

L’emozione a cui non rinuncio è quella del cercare, sperimentare, curiosare, misurarmi in questo  tempo che allontana ed avvicina i traguardi a seconda di quanto sono disposta ad imparare.

Tu, Penelope, sei mai partita per un viaggio che fosse solo tuo? Almeno con la fantasia, sei riuscita a evitare di raggiungere Ulisse nei suoi non luoghi per fuggire in quelli solo tuoi? Ci vuole un gran coraggio. Tu lo possiedi.

In te c’è tutto, in ognuno di noi c’è già tutto: presente e futuro, domande e risposte, uomo e donna, conscio e inconscio. Per una strana alchimia d’immagini, l’idea di partenza contiene in sé quella dello spaziare da un punto all'altro di noi per proseguire addirittura oltre, fuori, al di là dei nostri veri o presunti confini e nulla meglio dell’acqua si presta alla raffigurazione di un tale atavico ed ancestrale itinerario. Il viaggio dentro se stessi è quello che tu e il tuo Ulisse avete condotto, per vent'anni, sulle onde fisiche del mare e quelle figurate dell’anima.

Due modi diversi di percorrere lo stesso cammino, arrivare allo stesso punto, forse. Chissà quale uomo hai ritrovato nel tuo letto dopo tutti quegli anni...

I viaggi dell’anima trasformano i volti, forgiano le forze, assottigliano le priorità e danno nuova luce a ciò che è stato, senza rinnegarlo. Ecco perché è impossibile tornare nei luoghi da cui si è partiti sperando di ritrovarli intatti e immacolati. Essi si saranno trasformati a loro volta, si saranno sporcati della nostra assenza e ALTRO DA NOI li avrà animati. Questo il prezzo dell’andare.

Nulla, davvero nulla, lo dico per esperienza, torna ad essere come “prima” e, per quanto ci si sforzi, l’autenticità risiede nell'accettazione di ciò che un viaggio, desiderato, vissuto o subito, porta con sé. Il NUOVO.

Hai avuto paura nell'affrontare la vita dopo la sua partenza, lo so, ma oggi puoi guardare a te con un rinnovato orgoglio a cui non dovrai mai porre fine. Hai vissuto sola per venti lunghi anni per essere pronta a riaccoglierlo. In quel tempo hai sofferto ma hai cucito, sera dopo sera, la nuova te. Un miracolo di fili colorati e di forme cangianti dalle sfumature più impensate, quelle che t’inventi nella solitudine creativa che amplifica ogni parte dell'essere per poterti davvero aprire e sbocciare. Ho paura anche io, mia cara voce antica, ma ormai non riesco a vivere in altro modo che  non sia questo. 

C’è un momento, cara amica, un momento meraviglioso del viaggio che equivale al cavalcare l’onda più pericolosa del nostro essere in cui ogni cosa appare perfettamente a posto.


Quell'onda è vicina. 



martedì 11 novembre 2014

ULISSE E PENELOPE DEI GIORNI MIEI

Penelope, ti regalo una piccola storia dei miei giorni. Un Ulisse e una Penelope moderni, come ce ne sono tanti.

Il fatto  si ripete con altri nomi, altri volti, altre motivazioni. Ascolta...

Sono lì. L’uno di fronte all'altra.

Il porto è al suo risveglio in una gelida mattinata d’inverno. Il sole è ormai sorto ma i suoi raggi non scaldano ancora e i colori sono quelli vividi di una foto pittorica d’autore. Ogni cosa è ferma e immersa in un silenzio surreale. Persino il mare sembra non voler dare disturbo.

Giorgio ha atteso quel momento scrutando l’orizzonte, suo prossimo compagno di vita, dritto e fiero come un guerriero che si appresta ad affrontare il nemico più atteso. La sua figura si staglia imponente di fronte all'infinito che solo il mare sa raccontare e la sua fronte, solitamente aggrottata, è finalmente distesa e pacificata. Ha avuto il coraggio di scegliere. Per ora gli basta.

La sente arrivare da dietro. Sente il lento rumore dei tacchi che si avvicinano e si fermano a pochi metri da  lui. Non si volta, come faceva in passato per sorprenderla con un bacio a tradimento. Non la bacerà oggi, non è più tempo, ma sa che le sfilerà gli occhiali da sole e la guarderà dritta nei suoi occhi verde palude.

Marta è lì.

Avvolta nel suo cappotto color cammello, strizzato in vita, e coperta da quelle grosse lenti scure, il suo scudo verso il mondo. Ha i lunghi capelli raccolti e un filo di trucco appena accennato. Lo guarda fisso e pensa a  quell'uomo che è stato il suo albero, saldo, fermo, piantato nelle radici di un dolore che un tempo è stato il loro. Per un istante vorrebbe abbracciarlo da dietro e aggrapparsi a lui come si fa con un padre ma non lo fa. Non è più tempo.

Marta si ferma e Giorgio si volta. Intorno a loro il silenzio, davanti il mare immenso.

“Marta” dice lui con la voce ferma ed emozionata al contempo. Lei risponde con un sorriso e si sfila da sola gli occhiali precedendolo.
Giorgio la vede di nuovo bella dopo tanto tempo e la guarda. Dopo tre anni di lontananza, la guarda come si guarda una donna che si ha amato. Quell'istante, fatto di silenzio e di scollegamento dalla vita reale racchiude in sé la possibilità di un avvicinamento puro, scevro da ogni dolore, parola o spiacevole ricordo. Un momento fuori dal tempo, una goccia di splendore.

Non avevano mai più avuto un istante così dal giorno del funerale. Quello è stato l’ultimo giorno in cui le loro anime si sono prese per mano.

È arrivato il momento Giorgio?- chiede lei come a volerne avere la  prova.

- Si. Grazie di essere venuta. Sei la sola che voglio qui oggi- dice Giorgio ma, mentre pronuncia quelle parole, la sua mente vaga nei meandri solitari degli ultimi anni in cui dinnanzi ad ogni richiesta di avvicinamento e condivisione di lei, ad ogni pianto, ad ogni lacrima lui ha sempre solo chiuso, anzi, sbattuto  le porte. I suoi interminabili no vengono ripagati dal si gratuito di lei oggi. Qui, con lui, dietro sua esplicita richiesta.

Lui ha la solita sensazione di sempre “sono lo stronzo delle situazione. Io lo stronzo, lei la buona. Ti prego Dio fa che s’incazzi almeno ora!”

-Sono rimasta francamente stupita della tua richiesta- aggiunge secca Marta con un tocco di aggressività trangugiata.

-Sono tre anni, tre interminabili anni, che ti rifiuti di comunicare con me! Perché ora? Il tuo andare via ti da la forza? Tanto sai che qualsiasi cosa verrà detta ora non potrà avere ripercussioni perché tu non ci sarai. Dove andrai?

Eccola la mia Marta, pensa Giorgio in un istante di riconnessione con la realtà. La donna che non molla, la donna dei perché sviscerati e delle verità snocciolate con impeto: la  stessa che ha amato per gran parte della sua vita, la stessa con cui ha condiviso la grandezza e le miserie di un sentimento che si è sfilacciato, la madre di Clara. La loro meraviglia scomparsa.

In un attimo di commozione estrema la rivede in lei. Clara aveva i suoi stessi occhi chiari e profondi al tempo stesso, la stessa espressione da cerbiatta impaurita: Marta l’ha persa ora. Non ha più paura di nulla ormai. Sopravvivere alla morte di un figlio ti cambia i connotati dell’anima oltre che quelli fisici.

Silenzio. È il mare a rispondere e il sole, che inizia a scaldare, sembra sciogliere la rigidità iniziale. Sono di nuovo loro, con le domande che si susseguono arrovellandosi su se stesse senza risposte e con le lacrime dell’impotenza che solcano i loro volti. Anche Giorgio piange.

Piangono insieme per la prima volta, dopo quel maledetto giorno, tenendosi per mano davanti a colui che metterà distanza tra loro.Il mare. Una distanza cercata da Giorgio e combattuta fino allo stremo ma poi accettata da Marta. Son circa tre anni che Giorgio vive in un'altra casa, non ce l’hanno fatta a reggere ognuno anche il dolore dell’altra: è stato troppo. Quello di oggi, però, ha le sembianze di un vero addio. Un altro. L’ennesimo.

L’elastico che li ha tenuti legati in tutti questi anni sta per spezzarsi e non ci sono garanzie sul fatto che, finito di tirare, le estremità sbatteranno nuovamente l’una contro l’altra e ritorneranno a toccarsi. Lui lo tirerà verso le terre sconosciute del mondo e lei verso una realtà nuova fatta di sé e di chissà cos'altro.

Giorgio parte, fugge, scappa. Marta resta.

-Solo una promessa, ti scriverò- le sussurra all'orecchio dopo averla tenuta stretta un ultima volta per moltissimo tempo.

-Non so se leggerò.


Marta è stordita dall'emozione del distacco che si sta concretizzando davanti ai suoi occhi e non riesce a dire nulla, ogni altra parola si blocca sul fondo di sé. 

Infondo non gli crede.