venerdì 4 settembre 2015

INTERMEZZO: I 454.020 PASSI DI UNA PELLEGRINA COME TANTE

Penelope, in questo inizio di settembre, ti regalo i passi di una donna che ha camminato tanto. Ascoltala attraverso le sue parole che ho fatto mie.

“Quest’estate ho scelto di fare la pellegrina lungo il cammino di Santiago de Compostela.

Camminando la mia intuizione si è fatta avanti.

Passo dopo passo, la nebbia nella mia mente ha iniziato a dissolversi, il raziocinio imperante si è fatto da parte e ho potuto iniziare a guardare ogni ambito della mia esistenza come se fosse un quadro. Ne ho colto i colori, le sfumature, le luci e le ombre senza perderne la visione d’insieme, quel fil rouge che tutto lega e tutto comprende.

Camminare per 311,5 chilometri, distribuiti in undici giorni, ti cambia.

Provare dolore ai piedi, ai muscoli, alle articolazioni sino al punto da non riuscire a dormire la notte, aumenta in modo esponenziale la percezione del tuo corpo conferendogli il giusto posto all'interno di quell'illusoria visione che ognuno ha di se stesso.

Ora so che siamo carne e spirito, corpo e anima, poesia e lacrime.

Siamo un tutt'uno perfetto, energia intelligente ed esattamente funzionante simile a quella divina. Sì, parlo di Dio. Di lui sussurrano le strade polverose e assolate che ho percorso, la pioggia battente che mi ha sorpresa all'alba, le ore di veglia notturne e i dolori delle membra stanche e affamate solo di un semplice ristoro. Di un Dio senza volto e senza nome parlano i gesti e gli sguardi delle centinaia di persone incontrate in questa meravigliosa avventura in cui la motivazione, qualunque essa sia, rappresenta l’indiscusso motore di tutti quei passi. 

Uno dopo l’altro. Esattamente 454.020 passi.

Sono partita dal primo in quel di Leon e sono arrivata all'ultimo, davanti alla cattedrale di Santiago, sciogliendomi in un pianto liberatorio durato per ore.

Ho seguito il ritmo del mio corpo senza volermi adattare a quello degli altri ed ho imparato che ogni cosa ha l’inizio e la fine che noi vogliamo dargli: l’esistenza e gli eventi ad essa correlati accelerano o rallentano a seconda del nostro desiderio di ricerca e del grado di messa in circolo della nostra energia. La modalità con cui si affronta il primo passo è decisiva: il livello del suo vigore e della sua forza delinea la strada fisica così come quella dei pensieri. Questi ultimi, pian piano, prendono forma e animandosi diventano cose, azioni, ricordi, sensazioni o intuizioni.

Ogni passo è fatica ma anche contemplazione, osservazione e soprattutto creazione di un momento presente irripetibile.

Nel procedere del mio cammino, ho accolto nuovi pezzi di me e ne ho seppelliti altri ricollocandomi in me stessa con maggior equilibrio e consapevolezza. Ho detto un sano addio ai dolori inutili ed ho imparato a far posto a quelli che non mi abbandoneranno mai; ho lasciato vagare la mente sui miei desideri per il futuro e ho respirato la serenità dell’avere fiducia e fede pur non sapendo dove andrò. Ho imparato a camminare sui sentieri di Spagna così come sui fili tesi sopra i precipizi della mia mente e del cuore e mi sono sentita bella come non mai nelle uniche due magliette e pantaloncini di cui mi sono vestita per tutto il periodo. Un ritorno alla semplicità delle abitudini, anche quelle estetiche, mi ha posta in stretto contatto con il mio essere donna al di là degli stereotipi di bellezza a cui mi ero tristemente assuefatta.

La convivialità e la condivisione che ho sperimentato in quei giorni sono stati l’indimenticabile collante di questa esperienza.

Un foglio adesivo tra me e il mondo.

Ho ascoltato e respirato storie, le più diverse tra loro, e le ricordo tutte con dovizia di particolari perché in quel camminare l’ascolto è la prima qualità ad essere chiamata all'appello: ascoltare l’altro è proporzionale a quanta accoglienza riservi a te stesso. L’apertura verso l’altro, se è autentica quella che concedi al tuo cuore, si trasforma nella magia pura dell’incontro, finalmente scevro dagli ingombri dell’egocentrismo e dell’apparenza.

Lungo il cammino incontri cuori sofferenti celati dietro sorrisi che sgorgano naturalmente assieme ad altri che invece paiono più speranzosi ed entusiasti. Ho ascoltato pianti, sorrisi, lamenti e racconti fantasiosi al limite del credibile, ho visto gente di tutte le età procedere sola o accompagnata, ho mangiato con reduci da altri cammini non portati a termine oppure ripercorsi per il solo piacere di respirare nuovamente quel tempo di lentezza e bellezza.

Ho visto coppie anziane intimamente vicine, altre si sono formate accomunate dalla sete della scoperta e altre ancora si sono promesse l’eternità sotto quel cielo.

E gli amori che, in quei sentieri, hanno gettato i loro semi? Sin dove arriveranno?

Torno a casa con la festa nel cuore, una piena consapevolezza di me e qualche mattone in meno sulle spalle, certa che il vero cammino inizi solo ora”


Buoni passi a te, Penelope!


martedì 18 agosto 2015

COME ACQUA

Tornare equivale a sapere che le cose saranno diverse, Penelope.

L’acqua del mare con il suo movimento costante sciacqua via qualche ricordo, le ferite si seccano sotto il sole e le risposte, a cui non hai mai dato ascolto nel frastuono dei giorni pieni di impegni, ora risuonano limpide nella testa e nel cuore.

Si torna ripuliti dalle scorie dell’inutile e dalle mille scuse.

Staccare la spina da tutto e tutti per qualche giorno rappresenta un lusso, un privilegio assoluto se vissuto come l’occasione per riequilibrare mente, corpo e spirito. Rientrare dopo un periodo di vacanza rigenerante è sempre un’esperienza eccitante quasi al pari del pre-partenza: si riapre la porta di casa ben disposti ad a sentirne nuovamente l’odore e il calore, come se ci entrassimo per la prima volta. Ci si sente grati per possedere una casa, proprio quella, e si riassapora quell'avvolgente senso di accoglienza varcandone la soglia, come fosse un abbraccio.

Ed è da un abbraccio che riparto.

Quello con Kinne, una senegalese conosciuta sulla spiaggia e "intrecciatrice" di capelli, come ce ne sono tante sul lungo mare. Una donna che mi abbraccia commossa per la mia partenza, dopo aver condiviso spezzoni di racconti reciproci, e mi regala qualcosa di suo: una bellissima collana di legno colorata. Questo dono mi imbarazza e penso che dovrei io, semmai, fare un regalo a lei. Invece no, è lei a farlo a me. Ma il donare non ha attinenza con ciò che possiedi concretamente.

  - Questo lavoro è peggio che fare la badante. Qui hai sempre la sensazione di disturbare la gente. Credimi, non è bello!
 - Lo immagino Kinne. Ma anche fare la badante deve essere un lavoro duro ed estenuante.
  - Si, ma meno. Lì sei tu che dai, non devi chiedere.

Una senegalese sulla spiaggia mi insegna l’importante lezione del dare e, come sempre, la vita insite a più riprese concetto assicurandosi che tu l'abbia fatti tuo. Mi capita tra le mani un libro di un certo W. W. Dyer, famosissimo in America e in tutto il mondo per la sua opera divulgativa in materia di self-improvement e crescita spirituale.

L’autore in questo libro insiste su una semplice verità: per evitare di vivere una vita a metà, fatta di scuse che ne impediscono la vera realizzazione, è importante assumersi la piena responsabilità di ogni cosa che ci capiti. Il fine è aderire al proprio vero io che è spirito puro lasciando da parte l’ego, un impostore condizionato dall'avere e dall'apparire, nella cui trappola siamo in molti a cadere.
Egli elenca in maniera dettagliata ed esauriente una serie di principi da cui non ci si può esimere per condurre una vita davvero in linea con il nostro vero essere e l’ultimo di questi sette assiomi è proprio quella che lui chiama compassione.

Attiriamo a noi non ciò che vogliamo ma ciò che siamo, dice lui, per cui dare all'altro ciò di cui necessita in quel momento, creare in lui gioia regalandogli qualcosa di nostro che sia un oggetto, del tempo, attenzioni o semplici parole è sinonimo di vivere davvero l’amore e quindi attirarlo a noi con forza.

Grazie Kinne per lo scambio umano di questi giorni e la lezione di umanità che hai dato a me e ai miei figli. Per dare non è necessario essere ricchi o possidenti basta essere aperti all'altro e vederlo nella sua essenza, liberi dai pregiudizi imposti dall'ego.

Consapevolezza, capacità di vivere il presente, contemplazione e gratitudine sono state le mie compagne di viaggio in questi giorni di distacco dal mondo, Penelope.

Ho riscoperto, tra le altre cose, la bellezza e la natura primaria del mio essere madre, finalmente libera dagli odiosi vincoli degli orari e degli impegni quotidiani. Vivendo con i miei ragazzi, osservandoli e ascoltandoli attentamente ho compreso quanto sia sacro il compito a cui sono stata chiamata nella vita; crescere un figlio è un enorme privilegio oltre ad essere una questione molto seria.

Mostrami il tuo Telemaco, amica dei mari! Ha il tuo sorriso e crescendo somiglia sempre più al padre oppure no? Parlami di lui. E tu che madre sei? Lo lasci libero di essere o lo vincoli inconsapevolmente al tuo vissuto?

Qualche anno fa scrivevo questo rispetto al mio essere diventata madre:

Diventare madre mi ha regalato per la prima volta la primitiva e violenta sensazione del mio essere femmina. E’ stato in sala parto che ho percepito nettamente di appartenere ad un genere privilegiato, cui non avrei abdicato nemmeno in cambio di una riduzione del dolore. Ricordo che il ginecologo, al momento del mio primo e complicato parto, dopo ore di intenso travaglio ha sentenziato:
-          
    Questo è uno di quei momenti in cui ringrazio Dio di essere nato uomo!

Mettere al mondo un figlio è dolore puro che ti strazia e ti sfinisce benché odori di vita ma è anche la via che conduce al fulcro della nostra natura, al tempio sacro dell’essere. Non so se esista un tale corrispettivo nell'universo maschile.

Mia madre mi racconta sempre che sono nata con gli occhi spalancati e aperti e li ho fissati nei loro non appena mi hanno depositata sul ventre di lei, ancora caldo. Ho imparato a credere che un bambino nasca veramente in quel momento, a parto già concluso, quando quello sguardo viene dolcemente ricambiato con sussurri e dolci parole di benvenuto e d’accoglienza ".

Oggi affermo con certezza che in quell’istante la nascita non è solo del figlio ma anche di colei che lo mette al mondo. Ho smesso di sentirmi figlia nell'istante in cui è nato il mio bambino e si è fatta strada in me la consapevolezza di due nuove nature visceralmente unite: la donna e la madre.

Da quando il mio primo bambino è nato e, ancor di più con l’arrivo di mia figlia, ho percepito il mio corpo e la mia anima cambiare inesorabilmente. Una metamorfosi ineluttabile di cui i bambini sono stati inconsapevoli fautori insieme alla loro genitrice. Loro mi hanno obbligata ad entrare in quei meandri che non avevo mai esplorato per viltà e pigrizia; loro sono stati la chiave di apertura di serrature chiuse e arrugginite dal tempo e dalla superficialità del mio non essere di allora. La maternità è un viatico verso il tuo vero essere.

Oggi dico solo grazie alla vita per avermi chiamata a svolgere questo importante compito che ben riassume il tema del dare e nel quale trovo parti fondamentali del mio vivere.

L’amore Penelope. L’amore, me lo sono ricordata in questi giorni, è elargire, contemplare, ascoltare, accogliere anche là dove non si comprende e dove ci si sente feriti sempre e inevitabilmente dalle stesse frecce che provocano dolori antichi.

L’acqua, Penelope, voglio essere come lei. Essere aperta e poter fluire ovunque, lieve e gentile come lo scorrere di un piccolo ruscello, impetuosa e potente come un’onda dell’oceano ma voglio circolare, defluire, filtrare. 

Nessuna, più di te, può comprendere.



venerdì 24 luglio 2015

LESS IS MORE

Penelope,

sono stanca.

La mia mente è offuscata da troppi voli pindarici: progetti, persone, idee, sogni. Sono in preda ad una vera e propria crisi di onnipotenza che non conduce a nulla, un circolo vizioso da cui uscirò solo con il riposo e il distacco. Andrò qualche giorno al mare, non più il tuo. Un altro mare, un’estate diversa. Troverò altri lidi e luoghi magici in cui ammirare il mirabolante spettacolo del sole che tramonta al di là dell’orizzonte e, forse, la tua immagine tornerà alla mia mente. O forse no.

Parto senza dirti nulla perché una mente troppo piena di cose non è in grado di essere chiara ed esaustiva ed io non voglio sovraccaricare anche te di inutili pesi.

Ti lascio un breve, anzi brevissimo, racconto fatto di sole 100 parole per augurarti di poter trascorrere un buon tempo tutto per te:

Marta esce di casa una mattina di fine luglio.

E’ presto. L’aria è già irrespirabile per il caldo eccessivo e lei, vestita del colore delle spose, si rinchiude nell'abitacolo della sua auto in cerca di qualche minuto di refrigerio prima di arrivare al lavoro.

Semaforo rosso. Le si avvicina un Suv impertinente come il conducente che lo guida: fissa la donna con imbarazzante insistenza. I loro sguardi si incrociano ma lei lo distoglie, fintamente stizzita.

Per la seconda volta i loro occhi si incontrano e lui simpaticamente le ricorda, nel linguaggio dei gesti,“Sorridi”

Marta scoppia in una fragorosa risata.






mercoledì 1 luglio 2015

A NUDO

Siamo tutti vittime del pregiudizio, cara Penelope.

Fatichiamo ad ammettere che esso toglie autenticità all'agire e al pensare nelle nostre vite ma nonostante ciò ne siamo indiscutibilmente schiavi. Liberarsene sarebbe come tornare neonati, completamente immersi nel bianco di una pagina ancora tutta da scrivere.

Ho toccato con mano e con il cuore la bellezza del fare cose a cui non mi sono mai avvicinata per puro pregiudizio sommessamente espresso dentro me. Là dove avrei detto no per pura abitudine al no, ho provato a dire prima forse e poi si. Ho vissuto l’improbabile aprendo strade in me e fuori da me e mi sono ritrovata su sentieri sin a quel momento inesplorati a causa di semplice pigrizia mentale o mancanza d’interrogazione.

Mi sono resa conto di avere pregiudizi su ogni cosa. Sul tipo di abbigliamento da indossare, il comportamento da tenere, sull'età giusta delle persone da frequentare, sulle regole di buona educazione, sull'alimentazione, sulle tipologie di letture da affrontare o di film da vedere, sui canoni fisici miei e altrui, su ciò che mi piace fare e quello che invece no. Davvero su tutto. Persino sulle amicizie e sugli amori che ho stupidamente catalogato di serie a e di serie b quando invece, sono le persone e i momenti di vita in cui esse compaiono nelle nostre vite a determinarne il valore.

In questi giorni ho letto il libro di un autore che avevo depennato dal mio panorama letterario in quanto l’avevo aprioristicamente catalogato come scrittore bravo e preparato ma eccessivamente vanitoso ed egocentrico nei modi e nella modalità espressiva. La mia era pura invidia. Me ne sono accorta dopo essermi concessa la libertà di leggere il suo ultimo romanzo lasciando la mente aperta e scevra da ogni giudizio. Sono felice di essermi riconciliata con Alessandro Baricco che nel suo La Sposa Giovane non si tira mai indietro ma anzi, con compiaciuta e autorizzata maestria, fa molti passi verso il lettore svelandogli il proprio personale pensiero e alcuni episodi della sua storia di scrittore. E lo fa proprio in quei momenti maggiormente funzionali all'intreccio concedendo un dono di estrema bellezza. Se fossi rimasta ancorata alla mia idea totalmente astratta mi sarei privata dell’enorme impatto emotivo che questa lettura ha avuto su di me per non parlare del palese stimolo riflessivo a cui mi ha condotto in seguito.

Anche tu, amica delle attese, sei colma dei tuoi pregiudizi su te stessa e sul mare che ha inghiottito Ulisse per anni. Il tuo preconcetto e i tuoi tabù ti impediscono di confessare alla tua anima che, negli anni di lontananza da te, lui probabilmente ha amato altre donne provando emozioni altrettanto forti a quelle vissute con te. Allo stesso modo, sempre a causa di idee infondate, non ti sei concessa di utilizzare questo lunghissimo tempo di solitudine per sperimentare nuovi amori e godere di corpi diversi dal suo. Il pregiudizio, Penelope, è una preclusione mentale che equivale ad imbrigliare i nostri istinti impedendoci di percorrere strade potenzialmente rigeneranti e arricchenti.

E se sconvolgessimo tutto? E se ci denudassimo finalmente di tutti i nostri pensieri aprioristici lasciando davvero aperte le porte? Se fossimo totalmente sinceri con noi stessi e con gli altri abbandonando convenzioni e convinzioni?

La metafora del “mettere a nudo” calza a pennello in questi giorni.
L’ho fatto. Ho accettato l’invito di un bravissimo professionista dell’immagine: uno scatto vestita e uno scatto nuda. Si vedrà solo il volto. Il mio e quello di tanti altri. Nudi e poi vestiti. Volti stravolti dalla nudità o finalmente liberi dalle costrizioni? Lo decideranno studiosi della psiche umana, non certo io. Ma io porto qui l’esperienza del superamento di un limite o pregiudizio. Un altro. Come tanti in questi anni. E la sensazione che mi porto a casa è liberante, aperta, viva: ho svelato qualcosa di me che a suo volta si è materializzato in me e sul mio volto, per la prima volta, in un istante di estrema fragilità.

E’ da quest’ultima che riparto. Dalla mia e da quella di coloro che hanno coraggio di mostrarla perché la vera forza non è né troppo articolata né troppo ostentata ma passa attraverso la debolezza.

Recupero pertanto la mia fragilità da quella donna che ho creduto di dimenticare e congelare in un passato neanche troppo lontano e mi riabilito come essere umano, allo stesso tempo, forte e delicato. Ritrovo la capacità di piangere e commuovermi davanti a ciò che oggi ancora non comprendo e permetto a me stessa di manifestare e sentire sgomento.

Ho commesso un gesto questa sera: sono andata a cercare avidamente una frase all'interno di quelle pagine di cui accennavo in precedenza. Ricordavo alla perfezione il passaggio narrativo e avevo ben in mente il punto della pagina in cui erano scritte le righe che desideravo rileggere.

Ecco, con lo stesso impeto con cui ho cercato nel corpo di un romanzo quelle parole significative per me, cercherò di riportare in vita quelle parti che ho astrattamente creduto di dover seppellire per trasformarmi in una donna forte.


Che sciocchezza Penelope!


martedì 16 giugno 2015

INTERMEZZO: L'IDENTITÀ DI UNA TELA

Ho conosciuto una Penelope moderna. 

Anche lei tesse una tela ma, a differenza tua, inserisce nella trama del suo telaio una serie di filati composti non solo di fibra ma anche di natura, parole, carta e tanto silenzio. Lavora sola, in una bottega nel centro della mia città, accompagnata dalla sua passione artistica e dall'incessante battito del suo telaio. Entrando nel suo angolo di mondo ho messo piede anche nel tuo Penelope, sono entrata in contatto con il telaio, un oggetto antico quanto misterioso e colmo di un fascino senza tempo davanti al quale ho provato vero incanto.

La tua figura ritorna, Penelope, in modo prepotente, accanto a quella di altre donne che fecero della tela la loro ragione di vita. Il tuo nome è di dubbia etimologia ma non ha importanza; ora so bene chi sei e cosa rappresenti per me. Il tuo lavorio silenzioso e misterioso ha accompagnato le mie battaglie fatte di vittorie e sconfitte, la tua calma paziente ha osteggiato il mio impeto rivoluzionario e spesso i fili che tu hai riannodato e poi sciolto hanno regalato alla sottoscritta momenti di pura libertà. Sei una donna che resta accanto nel suo silenzio laborioso. Mai come oggi riconosco il valore del “fare”, dell’occupare le mani o l’intero corpo e non solo la mente. Il fare è sinonimo di costruire sottintendendo un impegno attivo e concreto. Ecco tu mi hai insegnato questo, Penelope, a non accontentarmi dei miei voli pindarici ma ad ancorare i sogni alla realtà fatta di tutto, comprese quelle contingenze talvolta così fastidiose. Senza il disfacimento dei nodi la creazione del nuovo non potrebbe avvenire così come senza le trame ben sistemate l’ordito non può assumere la sua perfetta forma.

Torni e ritorni Penelope nei miei incontri e per le strade del mio girovagare artistico.

Il tuo nome è donna e la tua presenza, desiderata ed odiata, è costanza, certezza, riparo. Da te ho imparato l’arte della costruzione e della decostruzione, con te ho esercitato la mia vocazione alla libertà e per te ora preparo la mia tela fatta dei colori di un’anima che oggi possiede un'identità.

Mi hanno rubato alcuni oggetti nei giorni scorsi che credevo simboli necessari alla sopravvivenza del mio essere. La loro perdita mi ha fatto traballare, in preda alla fragilità, ma poi ho capito che l’identità, se ben radicata, è un fiore che sboccia dentro a dispetto di qualsiasi intemperia e resta vivido e integro anche sotto la neve o in mezzo alle fiamme. Il mio fiore è vivo e colmo di colori più che mai e tu hai contribuito a tenerlo in vita in questi anni. Di te si dice che non hai avuto identità se non quella del tuo Ulisse mentre io sostengo che la tua pazienza ha generato una energia forte e gioiosa che ha pervaso il tuo mondo e anche me nonostante tutte le perdite verificatesi lungo il cammino.

La tela che si crea e poi si disfa è l’immagine dell’anima di ognuno di noi che con fatica cerca di essere fedele alla sua natura senza cedere ai compromessi imposti dall'esterno. Quei fili annodati e poi sciolti cosa sono se non le esperienze di noi umani che quotidianamente ci imponiamo nel tempo di veglia? Una serie di regole e modalità di comportamento sempre e inevitabilmente riletti e capovolti da quel saggio maestro di vita che è l’inconscio. Lui è lì vigile, si palesa nei nostri sogni o nei nostri viaggi ad occhi aperti e ci mette in contatto con la nostra nudità e verità. E allora sì che la tela chiede di essere sciolta e poi ricreata dolce Penelope di sempre. Essa chiede di essere rimodellata sugli impulsi di un’immagine o di un volto che si affacciano nel momento più inatteso lanciandoci messaggi inequivocabili. Nessuna tela può rimanere intatta o invariata troppo a lungo senza rischiare d’incancrenirsi e sbiadire: essa si modifica giorno dopo giorno, risveglio dopo risveglio. Tu l’avevi compreso per prima. Tutti noi ti abbiamo tacciata di lentezza, inganno e stratagemma ma tu Penelope, nel silenzio di quelle notti, svelavi a te e al mondo i segreti incantati di quella parte sotterranea che aleggia in ognuno di noi.

Sei veste e nudità, alba e tramonto, luce ed ombra, intreccio e scioglimento.

Il filo che conduce la trama di una vita è colmo di intrecci che intessiamo in modo più o meno consapevole e di cui siamo responsabili sino al momento in cui decidiamo di reciderli o riannodarli ad altri. Tagliare è l’operazione più difficile e complessa, richiede sforzo, presenza a se stessi e moltissima forza. Tagliare è un’arte che non possiedo ancora ma che inizio a ritenere necessaria soprattutto in presenza di nodi che non si sciolgono. Se non li si guarda prendendone le distanze non si ha modo di comprendere l’ostinazione dura di quegli avvitamenti che creano matasse inutili. Sbarazzarsi di un filo, prezioso o meno, è dunque un atto di viltà o semplice pura sopravvivenza?

Non ho ancora risposte certe ma so che giungeranno a me in una notte inaspettata.

Sei la mia immagine più fedele e la mia musa quieta e raccolta alla quale posso accedere nei momenti felici e in quelli di sconforto. Mi siedo accanto a te lasciando fuori tutto il resto e mi dedico con amore laborioso al mio progetto che altro non è se non la confezione della tela.

Il mio lavoro sarà bello e valorizzato dalla vicinanza di quelli altrui: un intreccio di intrecci unici e a se stanti che formeranno naturalmente un tappeto vitale su cui correre e, allo stesso tempo, poter riposare.


Grazie amica fedele.


domenica 7 giugno 2015

ANNA: LA RIPARAZIONE DI UN DOLORE

Domenica sera.

Vengo invitata alla festa del sessantesimo compleanno di una donna straordinaria per intelligenza, cuore e apertura spirituale ed emotiva. Come spesso accade, anche se non sempre, le belle persone ne attirano a sé altre ugualmente belle e così mi ritrovo seduta al tavolo con una delle sue più care amiche, Anna.

Anna ha una decina d’anni in più di me, una figlia di 26 anni e un ex marito che, quando la figlia era molto piccola, ha deciso di andarsene di casa. Ma nonostante ciò, lei ride.

Anna ora gestisce, in mezzo a mille difficoltà, un’attività commerciale assieme alla figlia per darle un appoggio e assicurarle un futuro fatto di qualche concretezza. Sgobbano insieme da mattino a sera dietro al bancone di un bar. Per poter stare accanto alla figlia, Anna si allontana dalla sua adorata casa in bassa montagna e si trasferisce in città barcamenandosi tra l’alloggio di lei e quello di un ex fidanzato molto generoso e ancora amico.

Anna ha la luce dentro. La percepisco da subito e il confronto diretto con lei non fa altro che dare corpo a quella che inizialmente è stata solo una sensazione. Ci sono persone al mondo che sembrano conservare dentro un posto tutto loro che viene riempito costantemente di energia positiva pronta per essere poi generosamente dispensata. E’ una donna forte questa Anna e tale forza passa attraverso la piena responsabilità di se stessa e della propria  vita. Ogni elemento del suo vivere poggia sulle sue spalle. E basta.

Anche lei, come sua figlia, è stata vittima dell’abbandono da parte di un padre. Uno di quegli uomini che ad un certo punto smettono di esserci, si voltano dall'altra parte e prendono il largo. Uomini che “chi li vede più” e ferite che restano, ineffabili, sulla pelle di coloro che restano.

Una madre e una figlia che languono dello stesso dolore. Si tengono per mano e, nonostante tutto, ridono cercando insieme una strada per spezzare questa catena maledetta. Hanno in programma un week end formativo per cercare di andare all'origine di quel dolore profondo che le accomuna e, di nuovo insieme, tenteranno di trovare le forbici per tagliare quel filo che le lega incessantemente ad esso.

Quel dolore è un trauma e certe fratture possono provocarne altre ancora più profonde se non si trova la forza d’interrompere la maledizione. La catena va spezzata e in fretta.

Nel frattempo infatti, quel male inizia a fare danni più evidenti e meno contenibili nelle sole lacrime. Tre anni fa, Anna si ammala di cancro. Un cancro al seno. Il male di molte donne. Anche quello di mia madre.

Anna mi racconta della sua operazione che l’ha devastata come donna e le ha sensibilmente ristretto l’utilizzo del braccio destro. La sua splendida autoironia le permette di scherzare sul suo essere una donna “monotetta” ma quando si tocca la sfera della ridotta mobilità del suo braccio, Anna si arrabbia. Moltissimo.

La malattia, dice lei, ti costringe a guardarti dentro, a cercare l’origine della frattura, unico punto di partenza e risalita verso la guarigione. Se non ripari l’anima dalle viscere per poi risalire in superficie, il male sarà sempre lì ad assalirti e a ricordarti che non hai ancora concluso il tuo compito. Non ti lascerà in pace. C’è un motivo se siamo qui su questa terra e nessuno arriva a comprenderlo senza passare attraverso la “riparazione” del proprio dolore.

Anna non è una donna statica. Non sta ferma, non è in balia di chi le dice che esiste un solo modo per curarsi:la medicina tradizionale, i protocolli fatti di chemioterapia, radio e tamoxifene non fanno per lei. Studia, legge, interpella medici tradizionali ed olistici, frequenta corsi di autoipnosi e meditazione ma soprattutto si informa con pazienza e determinazione. Incontra medici ostinati che la minacciano di recidiva certa se non peggio ma lei, prendendo tutta se stessa sulle sue stesse spalle, dice No grazie!

Faccio a modo mio, curo la mia anima, riparo il mio dolore e il mio tumore guarirà con me.

Anna è una donna di coraggio. Lo è perché le cose che lei dice  e poi mette in pratica fanno paura a lei per prima. Coraggio e paura vanno di pari passo, sempre.

La sua intelligenza la conduce verso i lidi di una alimentazione più sana e una costante attività fisica che l’hanno resa invidiabilmente più bella, energica e vigorosa. La sua pelle è luminosa, depurata, pulita così come il sorriso. Ha i suoi segreti mattutini che non svelerò certo qui, grazie ai quali, anche le sue analisi del sangue sono sensibilmente migliorate ma soprattutto da tre anni il terribile mostro non ha più messo piede nei risultati dei suoi esami di controllo.

Anna è diventata, come dice lei, il medico di se stessa. Io dico che ci vuole sempre un gran coraggio nel muoversi scardinando l’ordine prefissato delle cose. Quando si tratta di malattia, la nostra, il tasso di coraggio viene centuplicato perché si ha molta più paura. Paura di morire.

Anna, come il nome che ho scelto per raccontare di lei, è il simbolo di un mondo femminile minoritario, un microcosmo che pulsa sotto i sorrisi e gli smalti ai colori della moda in cui molte di noi si compiacciono e riconoscono.

Anna è il simbolo di chi procede guardando dritto in faccia la verità, senza farsi sconti sull'avvenire e mettendo in gioco una posta molto alta. E’ la rappresentazione di un femminile intelligente e forte che si fa interamente carico della propria esistenza e lo fa a prescindere dalla presenza o meno di un uomo accanto. La vera natura di ognuno di noi ci vuole soli a questo mondo e capaci di restare in noi seppur circondati di amore immenso.

Anna, in tutto questo, non ha un uomo accanto a sé ma anche di questo sa ridere con scanzonata autoironia. 

Non so quale possa essere l’origine profonda del suo male interiore ma so di certo che lei è arrivata al punto centrale di quel dolore con ostinata ed instancabile determinazione voglia di autenticità. La sola che oggi le permette di aver fede in se stessa e nella sua difficile scelta che porta avanti contro tutto e tutti. Il suo sguardo è quello di una donna libera ed integra: non vive di bisogni che sono il fulcro di ogni fallimento.

Chi sa scegliere fa paura. 

Chi sovverte gli ordini precostituiti siano essi famigliari, sociali o di altro genere, crea scompiglio e smuove le coscienze di tutti anche di coloro che vorrebbero che il fiume non entrasse mai in piena. E le coscienze smosse, tutte insieme, sono in grado di creare energia vitale.

Torno a scrivere, Penelope, dopo giorni di imposto silenzio perché sono stata derubata, in casa mia, di molti oggetti di valore tra cui il mio strumento preferito di scrittura, il mio personal computer. 

Questo silenzio, seppur indotto, mi ha fatto del bene, ha ripulito il flusso delle idee e delle emozioni.

La storia di Anna mi è parsa il modo migliore per tornare da te, dea del mare e dei miei sogni di donna.

La storia di Anna parla di te, di me e molte altre. Ma non di tutte.




martedì 5 maggio 2015

DALLO SPLEEN AL DESIDERIO


Penelope, 
credi anche tu che i sentimenti malinconici ispirino maggiormente la creatività rispetto a quelli di gioia e serenità?

Mi ritrovo a pensare, uniformandomi alla credenza comune, che un bravo scrittore o pittore possano dare il meglio di loro stessi  se ispirati da emozioni uggiose e tristi.

Avvolta in tali pensieri, il ricordo antico dello spleen di Baudelaire,argomento analizzato fino alla nausea dalla prof. del liceo, s’impossessa di me e sorrido al pensiero che oggi, quasi trent'anni dopo, quel concetto si sia ormai così ben incasellato nella mia esistenza di donna adulta. Durante gli anni del liceo una concezione cosi altamente decadente, volta ad esprimere il disagio esistenziale in tutte le sue forme, era ben lontana dal mio sentire seppur  intimamente connaturata  alla condizione di quegli  anni conclusivi del periodo adolescenziale. 

Nelle parole gravose di certe poesie ricordo la sensazione di chiusura, angoscia e rifiuto dal mondo: non ho mai scordato la spiegazione in classe di quella poesia, L’Albatros, in cui “i re dell’azzurro” catturati dai marinai durante le loro scorribande, si trasformano, in pochi istanti, in esseri brutti, ridicoli e goffamente appesantiti nelle mani dei loro aguzzini. Un secondo netto per passare alle stelle alle stalle. Un “principe delle nuvole” incastrato nelle sue stesse ali che non riesce più a librarsi in cielo e soccombe inerme incarnando la tristezza di chi, stremato, dice “Basta!”

In questa immagine, come in quella dell’anima del poeta descritta come una “tomba” in Le mauvais moine, ci rivedo quella di tanti uomini e donne di oggi che, per qualche motivo, sono stati fagocitati dalla vita e dal dolore che inevitabilmente essa comporta senza più riuscire a svincolarsene. In molti hanno deciso di fermarsi, dire basta e credere che la felicità non sia più un qualcosa di concretamente raggiungibile e fruibile. Il loro assunto sottinteso sembra essere “ meglio non aspettarsi nulla di buono perché tanto nulla di quanto accadrà potrà essere davvero buono  poi, se mai dovesse capitare una cosa bella nella vita, è meglio non viverla affatto perché tanto poi finirà inevitabilmente per tramutarsi in sofferenza”. Una sorta di mantra.

Oggi ho imparato a rispettare ogni idea anche se profondamente distante dalla mia: sono ampiamente in grado, anche di fronte a certe aprioristiche affermazioni, di fare un passo indietro ed avere riguardo. Mi siedo, accolgo, non comprendo ma indietreggio silenziosamente perché il confine tra il manifestare poderosamente il proprio pensiero, disappunto o incomprensione e la mancanza di rispetto per la libertà dell’altro è davvero troppo labile e non intendo valicarlo.

La libertà di azione e di pensiero è imprescindibile.

Mi siedo, Penelope, e prendo coscienza che il diverso da me è un mondo a se stante, rispettabile e perfettamente logico pur nella sua indecifrabile lontananza. 

Ciclicamente la vita riserva meravigliose sorprese che sbocciano sul cemento ma non sempre sono compatibili con i nostri modi “astratti” di intendere la vita. C’è chi si fa catturare come quel volatile magistralmente descritto da Baudelaire o chi quelle ali non smette di sbatterle nemmeno quando sono imbrattate di argilla.

Infondo  è sempre e solo una questione di scelte non fosse che, in certi frangenti, le scelte sono non scelte poiché dettate da false credenze che irrigidiscono e non lasciano liberi.

Non mi azzardo a ragionare sulla libertà per non risultare ridicola ma mi concedo il lusso di fare un breve excursus sul concetto di desiderio che ha popolato i miei sogni delle ultime notti. Il sipario del mio inconscio si è aperto sull'immagine di una pochette, una borsetta, da matrimonio di quelle nere, rigide, eleganti e austere al cui interno compare una rosa rossa, simbolo di desiderio, passione, amore. 

Ecco, mi piace pensare che tutti noi, uomini e donne, siamo provvisti di eleganti e rigidi involucri che ci portiamo appresso nelle nostre giornate colme di lavoro, impegni, incombenze e responsabilità; altro non sono che le nostre facce e figure, più o meno belle, affascinanti o interessanti. Ma dentro a questi sguardi e a queste maschere c’è davvero la rosa rossa? C’è per tutti?

Io credo di si Penelope.

La definizione stessa di Desiderio  dice che si tratta di "uno stato di affezione dell'io consistente in un impulso volitivo diretto ad un oggetto esterno, di cui si desidera la contemplazione oppure, più facilmente il possesso".

L’affezione è un sentimento forte, un affetto, una sorta di passione, una spinta vagamente violenta, che ci conduce a possedere ed appropriarci di ciò che ci fa star bene. Punto. Senza se se senza ma. Se diamo ali al desiderio non possiamo stare fermi  in noi stessi: desiderare ci porta fuori da noi, verso l’altro da noi. Se non ci muoviamo da dove siamo significa che non siamo connessi con quella parte vitale.

Fuoriuscire dai nostri confini è pericoloso ma anche maledettamente reale, cara amica mia. Ulisse l’ha capito prima di chiunque altro, prima di te e di me. Ha sentito un irrefrenabile istinto alla fuga, alla ricerca di sé,  del mondo ed è andato via da tutto e tutti,  anche da te. Nonostante te.

L’amore per se stesso è stato più potente di ogni cosa e oggi, ma solo oggi, io depongo le armi e smetto di condannarlo per questo.

Ti perdono Ulisse, senza presunzione alcuna. Semplicemente, oggi ti comprendo. Ho gli strumenti per potermelo concedere.

La rosa rossa, il nostro desiderio, non è un optional a pagamento bensì un accessorio di cui tutti siamo dotati: è l’anima intrinseca del nostro essere che abita sotto i nostri begli involucri fatti di tutto e di niente. Quella rosa vive, sboccia e profuma  solo se ci occupiamo di lei e la esponiamo alla luce anche rischiando che appassisca. Si rischia in questa operazione di cura verso se stessi e tu hai rischiato di perdere ogni cosa.

Abbracciami ora.