martedì 15 aprile 2014

GLI UOMINI COME LE DONNE

Ci si perde tutti nello stesso modo, uomini o donne. Ne parlavo una sera di queste con un amico, degno rappresentante della categoria maschile, a cui voglio un gran bene.

Nella mia idea di scrivere una storia, un romanzo, o qualcosa che gli si avvicini,  prevarica il leitmotiv della perdita di sé come la sola strada per poter approdare a nuovi lidi capaci d’imprimere una sferzata d’aria nuova alla propria esistenza. Perdersi nel senso di uscire dalla propria zona di confort, alzarsi dai morbidi ed avvolgenti cuscini di tutto ciò che è noto per avventurarsi in territori lontani, apparentemente angusti e difficili. Quando lo fai è perché la vita ti ha condotto lì, in un modo o nell'altro.

Spesso, proprio ciò che risulta inaccettabile e inaccessibile ci attrae come una calamita contro il nostro volere. Ciò che mai avremmo voluto vivere o che ci appare “troppo" presenta il conto sfidandoci; una voce  sussurra “Eccomi, gioca con me, ti sfido. Lo faccio ora perché so che, solo ora, puoi farcela”.

Senza farlo apposta, mia cara compagna di viaggio, la storia che sto abbozzando racconta di un uomo che parte e una donna che resta. Un refrain della mia mente, un ritornello incantato da cui non mi libero semplicemente perché è frutto dell’esperienza più indelebile. Partire o rimanere, andare per ritrovare oppure perdere e, ancora, restare per smarrire o ritrovare.

Ed è qui che uomini e donne scelgono di percorrere la loro strada in modo apparentemente diverso ma, in sostanza, analogo.

Questo blog racconta il mio modo, Penelope, il nostro. Il modo delle donne. Un certo tipo di donne.

E loro? Gli uomini? I tanti Ulisse che campeggiano nel cuore di ognuna di noi quale strada scelgono? Dove vanno quando testano l’altrove? Cosa sperano di trovare e cosa trovano? Cambiano davvero durante il loro “andare” o s’illudono semplicemente?

All'uomo è più congeniale la scelta del cercare nell'altro da sé ciò che non trova dentro, del perdersi nei luoghi e nelle persone, dell’abbandonarsi in qualcosa o in qualcuno piuttosto che infilarsi dentro se stesso e restare?

E poi noi, cara Penelope, siamo così certe noi donne, di non scappare pur restando?

Io ho vissuto spesso questa illusione di una me apparentemente compatta ma scissa in mille schegge impazzite. Un assassinio interno provocato dalla fuga perenne dalla verità di un sentire ancora troppo doloroso. E la fuga ha mille facce, te lo ricordo, che tutti noi interpretiamo con una mimica ed una prodezza recitativa senza eguali. Tu stessa l’hai messa in atto con lo stratagemma della tela; fuggivi dai proci, dalle responsabilità, dall'incalzare del tempo, dal terrore che il tuo uomo non fosse con te nemmeno nel pensiero e dal peso della solitudine.

Gli uomini, Penelope!

Quanto volte l’abbiamo detto con tono al limite dello sprezzante e denigratorio. Tu forse no, tu ti sei sempre espressa al singolare ed hai misurato i toni e le parole. In questo siamo profondamente diverse.

Ma che ne sappiamo noi degli uomini, dei loro mondi e dei viaggi della loro mente. Sono questi ultimi  in grado di spiazzarci privandoci di certezze che sembravano assodate o viceversa regalandoci sorprese di una meraviglia inaspettata.

E allora, lo sostengo ancora più a gran voce; ci si perde e ci si ritrova allo stesso modo, uomini o donne. Metto fine alle retoriche generalizzazioni che non trovano radici nei vissuti dei protagonisti stessi delle storie di ognuno di noi.

Sembra difficile per una come me che si diletta a scrivere, dare voce ad un personaggio maschile che decide di andare via e perdersi nel mondo perché la contingenza della sua vita gli è divenuta ormai impossibile ed impraticabile. Per farlo, in realtà, devo solo immaginare a come mi sarei persa io se me ne fossi andata, se avessi detto “mollo la presa, me ne vado via!”. Dove sarei andata? Cosa avrei fatto? Con quali surrogati di verità mi sarei consolata?

Ci si perde in mille modi per ritrovarsi oppure no, donne o uomini.

Si Penelope, io ne parlo al plurale. Non posso fare altrimenti. Li sto conoscendo, studiando e interpretando gli uomini. Oggi so cosa apprezzo in loro e cosa invece non posso davvero tollerare.

Prima la mia attenzione si era concentrata su un solo “Ulisse” mentre ora il raggio diagnostico si è allargato  al fine di reimparare a conoscerli e ad amarli.

L’amore Penelope è il solo miracolo che salva ognuno di noi, uomo o donna.

Tu continua ad amare.

Io imparo tutto da capo.



venerdì 4 aprile 2014

POSSO SEDERMI TRA VOI?

Chi lavora nel campo dell’arte mi racconta che l’energia creativa che si sprigiona da un’opera può irrimediabilmente folgorare chi la guarda. Si crea un contatto tra anime simili, spogliate di ogni veste e identità. L’opera chiama, attira a se facendo vibrare le corde più esposte di chi osserva.

Da questo incontro di energie può partire una storia. Una storia d’amore.

Mi è accaduto con una fotografia di un artista italiano che ritrae un’imbarcazione al largo dell’arcipelago delle isole di Mentawi in Indonesia.

L’immagine è semplice. Una barca con a bordo due persone: l’atmosfera pare leggermente sfocata quasi a voler trasmettere la sensazione di umidità tipica di quei luoghi. Sulle destra si scorge una lingua di terra, rassicurante appiglio di certezza in mezzo all'acqua sconfinata. E’ come se respirassi quell'aria bagnata e pesante, come se fossi lì tra quei due individui posizionati uno a poppa e uno a prua, armati di un unico remo a testa. In mezzo a loro si espande uno spazio importante intervallato da merce indefinibile.

Posso sedermi qui tra voi?

Non proferiscono parola, conducono lentamente la barca e osservano il paesaggio circostante. Quella è la loro pausa dal vivere, o viceversa, l’essenza stessa del loro essere al mondo. Percepiscono la mia presenza senza scomporsi, mi accolgono nel silenzio e in esso m’invitano a stare. Intorno a noi acqua ed isole, aria pesante ma avvolgente, nessuna meta o forse troppe.

L’incedere è lento e fluido, i loro occhi carichi di sapienza e i sorrisi lucenti di consapevolezza. Sono poveri, non possiedono altro che quell'imbarcazione e loro stessi. Sono una coppia, forse hanno dei figli ad attenderli o solo degli anziani genitori. Poco importa. Non parlano, procedono cauti e fiduciosi. Compiono gesti rituali dinnanzi allo spettacolo della natura e chinano la testa come se fossero costantemente in preghiera.

Quel sacro silenzio spegne la mia naturale propensione al dialogo rumoroso. Siedo accanto a loro e mi accomodo tra le loro anime sapienti di semplicità; il sorriso dei loro volti, solo quello, mi concede una tale grazia.

Voglio pensare che si amino di un amore autentico e che il loro posizionamento su quella barca corrisponda all'equilibrio raggiunto nell'accompagnarsi: “ né troppo lontani né troppo vicini” ed era Shopenhauer a dirlo! 

Credo sia quello il segreto. Esserci sempre rispettando le giuste distanze e lasciando all'altro la libertà di essere appunto “altro”. Voglio pensare che abbiano colto il segreto del buon vivere e che se lo sussurrino all'orecchio la sera prima di addormentarsi, lasciandosi alle spalle una dura giornata di lavoro. Voglio ancora pensare che quando la morte li coglierà non saranno impreparati perché il tempo che avevano a disposizione non è stato gettato via.

Questa coppia mi alleggerisce, mi rassicura, mi ricolma di serenità e di tutta quella fiducia, che talvolta smarrisco, nel naturale dispiegarsi delle cose. Il tempo si dilata accanto a quei due ma non si spreca, l’aria s’inala anche se con apparente fatica e la meraviglia del mondo penetra in ogni poro cutaneo ampliando gli orizzonti. Questi ultimi sono illimitati come infinite sono le isole e le lingue di terra che incessantemente si svelano al mio sguardo.

Questa foto ha attratto me ed io sono entrata in lei con la naturalezza di un movimento d’aria.

L’aria dell’anima, Penelope.








martedì 1 aprile 2014

A ME LA LUNA

Leggere l’oroscopo ogni mattina è come bere il caffè. Una nuova, forse stupida, irrinunciabile, abitudine. Il desiderio illusorio di sapere come andrà, cosa accadrà ancora prima che sia. Una nevrosi moderna ed insulsa. Una delle tante.

Tu che abitudini hai Penelope?

Io ti immagino la mattina, in piedi, davanti alla finestra della tua camera da letto, intenta a  spazzolare i tuoi lunghi capelli neri per poi acconciarli sapientemente sulla nuca. Ti vedo mentre scruti l’orizzonte in attesa di un segnale luminoso, un profumo diverso o un messaggero  bizzarro che ti porti notizie del tuo amato. Mi sembra anche di scorgerti mentre danzi nuda sotto la luna piena e silenziosa per sfogare la tua rabbia e disperazione. Ci vuole fede per credere che un uomo torni da te. Ce ne vuole tanta. Dove la trovi? A cosa ti aggrappi?

Ho avuto quel tipo di speranza in passato. Ora no. Non so spiegare le motivazioni che sostenevano quella cieca fiducia perché le ho perse, non mi appartengono più.

Non rinunci alla tua passeggiata mattutina lungo la spiaggia e alle tue nottate folli  volte allo scioglimento dei nodi della tela. Non puoi fare a meno delle confidenze con la tua ancella adorata, tenera coscienza vestita da ragazza, e alle tue vezzose apparizioni davanti ai proci. Sono lì che ti ammirano, ti desiderano e smaniano per te e il regno del tuo Ulisse.

Nuove abitudini, nuovi mondi da esplorare. Hai tempo per te, sorella mia. Hai tempo per imparare.

Chissà lui, invece. Chissà se pensa a te prima delle sue battaglie, durante i suoi naufragi o nei suoi molteplici incontri ?

Ti interessa Penelope o provi quel tipo di amore gratuito che sa andare oltre le contingenze, i gesti e le parole ricevute in cambio?

Insegnami  sorella.

Tra te e lui chi impara di più sull'amore? Tu che resti e pazientemente attendi nella tua “nuova vita” o lui che sperimenta, lotta, vive e, magari ama, altrove?

Per comprendere l’amore è necessario eliminare il superfluo e badare all’essenziale, a ciò che liberamente dice il cuore. Senza vincoli e catene, con infinito coraggio.

Anche tu, come me, cerchi in ogni dove qualcosa che ti riporti al nocciolo, al vero, a ciò che vola libero  dentro di noi nostro malgrado?

Quando ti ritrovi a dover reinventare da capo una vita, è auspicabile percorrere strade nuove, fare uso di  dinamiche diverse che soppiantino le vecchie e abbandonare le certezze di un tempo fiduciosa che “tutto andrà come deve andare”. Il controllo  non è libertà, non è amore.

Allora ti annuncio che lascio perdere l’oroscopo mattutino e m’inventerò qualcosa di nuovo e più fluido, qualcosa di lontano dalle aspettative stupidamente inutili che mi permetta di respirare a pieni polmoni la bellezza di una giornata in divenire, istante dopo istante. Questa è libertà.

Sei stata molto più libera di ciò che potrebbe sembrare, Penelope. 
Hai respirato nella tua speranza senza soffocare ed hai amato senza riserve, anche da lontano.

“Difficilmente le forze benevole che popolano l’universo non danno possibilità all'amore, se è davvero tale e non è un mero bisogno, di essere vissuto”. Queste le scelte parole di una donna che stimo e che, al momento giusto, sa sempre ricondurmi sulla strada.

Oggi mi è stato chiesto di citare il passo di un libro che mi appartiene particolarmente e senti un po’ cosa ho scelto:

"Invece la prima notte in quel villaggio in India, cullato dal mormorio delle voci, gli occhi pieni di stelle, quando il padre di un altro uomo mi posò una ruvida e callosa mano da contadino su una spalla, compresi ciò che avevo fatto e ciò che ero diventato, fui consapevole della pena e dello spreco, lo stupido, imperdonabile spreco della mia vita.
Mi si spezzò il cuore per la vergogna e il dolore. Seppi quanta sofferenza era in me, e quanto poco amore. Alla fine seppi quanto ero solo. 
Ma non potevo reagire. La mia cultura mi aveva insegnato bene le cose sbagliate. Perciò rimasi immobile, senza la minima reazione. Ma l'anima non ha cultura. L'anima non ha nazione. L'anima non ha colore, accento, stile di vita. L'anima è per sempre. L'anima è una. E quando il cuore prova un momento di verità e di dolore, l'anima non sa restare immobile. 
Strinsi i denti sotto le stelle. Chiusi gli occhi. Mi abbandonai al sonno. Uno dei motivi per cui abbiamo un terribile bisogno d'amore, e lo cerchiamo disperatamente, è perchè l'amore è l'unica cura per la solitudine, la vergogna e la sofferenza. Ma alcuni sentimenti si nascondono così profondamente nel cuore che solo la solitudine può aiutarti a ritrovarli. Alcune verità sono così dolorose che solo la vergogna può aiutarti a sopportarle. E alcune circostanze sono così tristi che solo la tua anima può riuscire a urlare di dolore”.

Questo è davvero uno dei passi che potrei leggere e rileggere senza stancarmi mai. Vorrei averlo scritto io. Non l'ho scelto io, lui ha scelto me.

Le sfumature sempre nuove di ciò che intuisco sono quelle dell'anima che è sola e immutabile quanto vulnerabile e accogliente mentre i colori che scorgo sono quelli del cuore di un uomo che si abbandona e quindi ama, sotto un cielo di stelle. In questo estratto è racchiuso l'essenziale.

Io desidero la luna per abbandonare me stessa.







domenica 23 marzo 2014

OBBLIGO O VERITA'?

I cerchi si devono chiudere così come le storie altrimenti si rischia di rimanere sospesi a metà e di non trovare il bandolo della matassa; il senso. In altre parole, le verità vanno celebrate, le rotte  vanno impostate senza tentennamenti e le sfide vanno colte senza celarsi dietro a presunti limiti o debolezze.

Questa è la sola via verso l’eccellenza. Eccellenti si nasce o si diventa?

Questa la mia conversazione telefonica di ieri con uno dei meravigliosi angeli incontrati lungo il mio cammino. Eccellenti si diventa con il tempo, il lavoro su se stessi e la capacità di non sottovalutare o tralasciare nulla di sé, nemmeno le debolezze e le goffaggini. Proprio quelle, nella maggior arte dei casi, si trasformano nei fiori del successo e della realizzazione personale.

Vuoi fare un gioco con me Penelope? Il gioco della verità assoluta. 

Ti ricordi quando eravamo bambine, o meglio, quando io lo ero?

Ci si trastullava pomeriggi interi con questo sadico giochetto di gruppo, soprattutto durante le feste di compleanno. Era sufficiente un cerchio di persone, una bottiglia di plastica nel mezzo e subito l’adrenalina si elevava ai massimi livelli.

“Obbligo o verità?” Obbligo era l’imposizione a cui sceglievi di soccombere, soprattutto se ti piaceva un ragazzo, al posto della fatidica verità.

Oggi è severamente vietato barare, amica, e le autoassoluzioni non sono contemplate. Sei pronta?

Sto spalancando porte fin’ora inesplorate e se voglio oltrepassare la soglia, soggiornando armonicamente dall'altra parte, non posso concedermi maschere e finzioni. Quelle andavano bene un tempo quando, impegnata in continui atti di “prostituzione”, era impossibile maturare un sano amore per me stessa.

Ora il faccia a faccia serrato con me impedisce ogni genere di simulazione.

Allora iniziamo ad interrogare la testa.

La tua paura più grande?

“Ne ho due: la solitudine e il giudizio altrui”. Eppure ho compreso dolorosamente che la solitudine è una tappa obbligata.

Sei fiera di te?

"No. So che sto sfruttando ancora poco le mie reali potenzialità".

Passiamo al corpo. Verità assoluta sul corpo.

“Vorrei fermare il tempo ed essere sempre piacente. Le lusinghe mi piacciono e, anche se sento di averne sempre meno bisogno, non ho nessuna voglia d'invecchiare.

Il cuore. Ahi che male!

“Infondo ho sempre pensato di non meritare amore ma la ritrovata stima di me sta aprendo spiragli sui mondi della dignità e del diritto alla felicità. Solo ora sono capace di amore vero."

Ti senti una buona madre?

Sono una madre ”sufficientemente buona” nel senso inteso dal grande Winnicott e “pacificata”, inteso nel mio personalissimo senso. Ci  vogliono amore, intelligenza e presenza per educare ma lo spauracchio dell’inadeguatezza è fortunatamente sempre in agguato. Le madri peggiori sono quelle che si giudicano perfette.

Obbligo o verità? Verità sempre.

Verità è dolore, abisso, caduta  ma anche possibilità di apertura al nuovo, all'eccelso.

Verità è scegliere seguendo nient’altro che quella sottile linea rossa che congiunge, allineandoli, i tre punti focali: testa, cuore, pancia. 
Nelle scelte degli eccellenti non c’è spazio per le contaminazioni altrui, i giudizi, i falsi moralismi o, peggio ancora, le aspettative di chi accampa diritti su di noi.

Mi piace essere schietta Penelope: sulle vie verso l’eccellenza vengono bandite le “balle” una volta per tutte!

Ho vissuto una settimana intensa, colma di avvenimenti importanti che, come consuetudine, fatico a giudicare slegati tra loro. Sopra ad ogni cosa, sono stata intima testimone di una scelta difficile ed ho compreso che quando ci si trova di fronte ad un bivio fondamentale è necessario fare silenzio fuori e dentro, isolarsi ed escludere il superfluo. Le domande da porsi sono poche e chiare così come il bisogno dell’approvazione altrui è il primo elemento da eliminare. Dopo questa prima fase di pulizia ci sei solo tu e il mare della tua anima.

Faccia a faccia con la vita nuda e cruda. Obbligo o verità?

Verità sempre. Lo ribadisco con veemenza.

La non  verità  è fuffa, è muffa, è inutilità pura oltre che un delitto temporale senza pari. Di tempo ne abbiamo ma non quanto ne vorremmo per interpretare le svariate parti della nostra vita.

E allora andiamo al centro, badiamo al sodo, guardiamo dritto negli occhi ogni aspetto di questo tutto che ci circonda senza lasciar spazio alla paura che blocca o alle false verità che inquinano. Si rischia di rovinare molto, di perdere persone preziose e di mentire a se stessi, l’unico peccato che riconosco come tale.

Penelope raccontiamocela tutta questa volta. Obbligo o verità?


Non deludermi.


domenica 16 marzo 2014

FILI

L’altra sera ho visto un film d’amore, Penelope.

Quella stessa sera, ho fatto un sogno.

Apparentemente il film e il mio sogno non hanno nulla in comune ma io li sento legati da quel filo sottile e resistente che sottende ad ogni cosa, quello che unisce le persone , gli eventi, le storie di tutti noi.

Tu ne sai molto più di me sull'argomento fili. Sei la dea della tessitura e dell’incrocio colorato e annodato ma stasera voglio darti un piccolo aiuto, se me lo concedi.

Ascolta.

Nel mio sogno guidavo un’auto che saliva su nel cielo blu. Seguivo una strada i cui contorni ogni tanto sparivano e poi ritornavano netti ma ciò che conta era la salita solitaria verso l’alto. Leggo in questa imagine una volontà forte di guardare avanti e in questa salita una cessata smania di controllare lo specchietto retrovisore del passato.

Quello che è stato è stato Penelope! Inutile guardarsi indietro.

Al termine del mio tragitto approdo in una enorme piazza circolare, colma di persone brulicanti e a tinte forti: in lontananza, una serie di facciate di case colorate con colori pastello, l’uno diverso dall’altro, si apre davanti a me destando la mia meraviglia. Man mano che procedo verso le facciate, una spessa nebbia s’infittisce intorno a me velando i bei colori di quanto mi circonda. Ho la mia mano destra che stringe la mia borsa, nuova e trendy, che tengo sportivamente appoggiata sulla spalla destra quando, ad un certo punto, una figura maschile alla mia sinistra mi intima di stare attenta. Una motoretta guidata da due ragazzini si sta dirigendo verso di me con l’intenzione di strapparmi la borsa di mano. “Attenta alla borsa!”, urla lui. Li vedo arrivare, rafforzo la presa e loro non riescono nell'intento.

Solo se mi sento confusa e in balia degli eventi che annebbiano il mio sentire e la mia consapevolezza rischio di perdere ciò che ho di più prezioso e bello: l’entusiasmo, la bellezza, la fiducia nella vita e la forza.

Esattamente come il protagonista del film, Penelope. Ed ecco che annodo il primo filo bianco e annebbiato.

Avresti dovuto vederlo quest’uomo solo, affranto dalla fine del suo matrimonio d’amore, incapace di accettare questa triste realtà e offuscato dall'apatia, dalla tristezza e quella terribile la sensazione di vuoto che avrai provato anche tu, sorella, almeno una volta nella vita. Un uomo nella nebbia della solitudine. Anche lui.

E’ giunto il momento di annodare il secondo filo. Quello rosso. Il filo della forza.

Nel sogno la forza mi viene da dentro: percepisco chiaramente la presa vigorosa della mia mano e il muscolo del mio braccio che impediscono alla borsa di volare via assieme a quei due ladruncoli. La mia è una forza che mi viene intimata ma che possiedo dentro, come un riflesso immediato. Io so da dove viene Penelope, lo sai anche tu. Per esperienza comune, il cammino per raggiungerla è stato arduo e colmo di scivoloni.

Nel film il nostro uomo usa invece la forza dell’amore per tornare ai suoi colori e uscire dalla foschia cieca dell’apatia. S’innamora della voce suadente e roca di un sistema operativo: un amore impossibile il suo, perché non concretamente vivibile, eppure con tutti i connotati e le tappe dell’amore vero, compreso l'abbandono. Lui ritrova la forza di  riaprirsi alla vita reale solo dopo aver sperimentato nuovamente un sentimento totalizzante e puro mentre nel mio sogno, solo dopo aver sventato il furto, la nebbia si dissolve, tornano i colori della scena iniziale ed io riparto per il mio viaggio intimamente contenta e fiera di me stessa.

I parallelismi nelle storie sono infiniti e debordanti come lo sono i confini delle esperienze. Tutti viviamo e sperimentiamo cose e sentimenti in mille modi differenti annodando e snodando continuamente i fili della realtà e della fantasia.

Il mondo tangibile e quello inconscio si toccano, si contaminano e creano continuità e vincoli ineluttabili tra gli esseri viventi.

Un’immagine che ci colpisce può essere la rappresentazione onirica di chi l’ha dipinta o scattata così come una parola che ripetiamo incessantemente può rappresentare una forte spinta decisionale per chi ci ascolta casualmente o, ancora, un’idea prende forma solo in seguito a certi incontri a cui ci si apre con amore.

Vita, sogno, arte, realtà, inconscio, amore. Questi sono i fili. Infinite le sfumature dei colori.


Usali con maestria e con gusto, mia dea.


martedì 11 marzo 2014

CHI SALVA CHI?

Nessuno verrà a salvarti!

Nessuno verrà in tuo aiuto e ti soccorrerà. Sei tu l’unico che può farsi carico della propria esistenza.

“Sei una leonessa tu” mi diceva una donna saggia e molto accorta  qualche mese fa. “Non lasciare che sia la vita a decidere per te, fallo tu per prima, anticipala!”

“In che senso sono una leonessa? “

“Nel senso che, da sola, sei capace di far fronte a tutto: cacci, ti prendi cura di cuccioli, lotti per la tua sopravvivenza e quella altrui. Ce la fai, insomma. Ma ( Il ma mi spaventa sempre ) se c’è un leone accanto a te t’impigrisci, deleghi, lasci fare a lui e ti metti tranquilla a riposare. Non farlo!”

Il leone, per inteso, è chiunque io consideri “più di me”; più all’altezza, più forte, più autorevole. Comunque sia, è sempre altro da me.

Nessuno verrà a salvarti!

Questo sembra essere il leitmotiv delle mie giornate.

La consapevolezza avanza, la crescita incombe e con lei la tanto agognata autonomia: me la devo cavare da sola concretamente, emotivamente, in tutti i sensi. So che questa è la realtà di ognuno ma faccio resistenza. Resisto alla certezza di potercela fare davvero, resisto all’idea che “Non verrà nessuno a salvarmi” e insisto sfacciatamente nel mettere pezze di protezione altrui là dove proprio non si può.

Eppure il libro tanto amato di M. Mazzantini  diceva l’esatto opposto “Nessuno si salva da solo”.

Dunque, come la mettiamo? Soli oppure no?

La rinascita passa attraverso molte fasi e una di queste è proprio il momento della consapevolezza che nessuno viene in tuo soccorso se non lo fai tu per primo. E’ nostro preciso dovere raccoglierci, a qualunque stadio del cammino ci troviamo, per esprimere con energia e forza il nostro essere al mondo e la felicità che ne consegue.

Le energie basteranno in un modo o nell'altro, a noi il compito di crederci sul serio.

In quanto a me, non ho ascoltato il suggerimento della donna saggia e ho lasciato ancora una volta che la vita decidesse per me. Mi sono abbandonata emotivamente e ho chiesto di non essere lasciata sola dimenticandomi che questa è la vera natura di ogni essere umano e che, come tale, devo accettarla.

Anche i protagonisti del libro della Mazzantini sono soli nel loro dolore durante la razionalizzazione della fine del loro matrimonio. Un legame naufragato dietro alla falsa illusione di voler cambiare l’altro delegandogli macigni irrisolti e grovigli di nodi durissimi. Pura follia! In questo senso l’altro da noi non può e non deve salvarci. Sarebbe ingannevole oltre che insano.

Ma quando il cammino è compiuto e la capacità di farsi carico di se stessi diventa naturale come l’atto del respirare, ecco che siamo in grado di vedere il prossimo per ciò che realmente è e di aprirci  a lui privi di aspettative o di bisogni.  E' solo allora che il miracolo può accadere.

Al termine del romanzo, la coppia protagonista, ormai separata, ne incontra un'altra più anziana e del tutto sconosciuta. Da questa coincidenza, apparentemente fortuita, il loro amore ormai finito e logoro riacquista la dignità che merita attraverso le parole dell’uomo che racconta le sue vicende di vita coniugale sottintendendo sempre questo concetto: “sono stati anni meravigliosi. Non mi sono mai pentito.”

Le vite degli altri hanno sempre molto da dire a chi ha l’anima sgombra per saperle accogliere con empatia, per sentire che una parte di loro appartiene a noi tutti  e che i fili invisibili che ci legano gli uni agli altri sono molto più resistenti di quanto non ci faccia comodo credere.

Nel libro quell’uomo anziano è malato e fa una richiesta ai due protagonisti. Non li conosce, li ha solo osservati per una sera intera al tavolo di un ristorante eppure, per tutta quella sera, ha pensato ”quei due possono fare qualcosa per me … una sensazione, ma precisa come un’emozione profondissima”. Chiede loro di pregare per lui.

Mi commuove una tale domanda ed ha un suono antico nella mia mente l’atto del pregare per qualcun altro. Credenti o no, pregare per qualcuno che si conosce o che si è appena conosciuto da sapore e senso alla catena umana in cui afferma di aver fiducia il protagonista maschile del romanzo” credo nella catena umana … se stiamo qui insieme ci sarà un senso … tu e io piuttosto che altri due…”

Mi guardo intorno, Penelope, e vedo un mondo di uomini e donne  che lottano e vivono ogni giorno per indirizzare al meglio la propria esistenza. Il segreto è nelle mani del singolo, almeno per la parte controllabile dell’esistenza, il resto è invece nelle mani del tutto. Di tutti.

Credo a questo potere collettivo e all’empatia che salva. Credo all’inconscio che ci lega, ci accomuna e ci permette di proteggerci vicendevolmente, anche da lontano, anche solo con un pensiero o una preghiera d’amore.




lunedì 3 marzo 2014

MA PETITE

C’è bisogno d’amore e di bellezza!

Oggi trionfa “La grande bellezza" come miglior film straniero alla Cerimonia degli Oscar. Non posso esprimere un giudizio non avendolo ancora visto, ma già  il titolo è un tripudio di amore. Sono felice che simboleggi questa giornata.

Oggi compio quarantuno anni.

Auguri  alla piccola peste che da tutto questo tempo soggiorna dentro di me determinandone lacrime, sorrisi, vittorie e fallimenti: la bambina che nonostante capricci e urla non è mai stata degnata di ascolto perché troppo rumorosa, inopportuna, inadeguata. E non mi ci sono messa solo io a tentare di zittirla ma anche tanti altri a cui io ho delegato il potere di farlo. Mille scuse, piccola, non basterebbero.

Solo l’azione salva. Il cambiamento purificatore guarirà le ferite.

Oggi a quarantuno anni dico basta! Zitti tutti! Fuori tutti! Me la vedo io con lei, ora.

Morbidezza e accoglienza saranno le mie braccia, senso di realtà e contenimento i miei occhi, sensibilità psichica e intuito mi indicheranno la direzione.

Cambia il vento piccola mia, ci sono io ad amarti, a sorreggerti, a nutrirti. Nessuno può volerti bene quanto me, davvero nessuno. Sei bella e soprattutto non hai nulla che non vada bene. L’ho capito, ci ho messo del tempo, ma ora lo so. Abbiamo lo stesso cuore e condividiamo la medesima storia, che poi è la stessa di tanti. Se riparti da te, ora sei in grado di farcela. Questa selva non deve farti paura, ce la farai perché ora hai me.

Tu hai avuto il tuo Telemaco da amare, Penelope, io i miei figli ed, ora, anche la piccola me.